Addio a Nicolini il "Partigiano Diavolo" che fu tradito dagli altri partigiani

Storia complessa quella di Germano Nicolini, conosciuto col nome di battaglia partigiano di "Dievel" e morto sabato a quasi 101 anni

Addio a Nicolini il "Partigiano Diavolo" che fu tradito dagli altri partigiani

Storia complessa quella di Germano Nicolini, conosciuto col nome di battaglia partigiano di «Dievel» e morto sabato a quasi 101 anni. Quasi una sintesi perfetta delle luci e delle ombre che hanno caratterizzato la lotta partigiana e soprattutto di quella zona di violenza grigia che si è sviluppata quando quella lotta era ormai ufficialmente finita, ma qualcuno voleva ancora di regolare i conti nel sangue. Andiamo con ordine e raccontiamo l'incredibile vicenda del comandante Diavolo. Nicolini durante la Seconda guerra mondiale era un ufficiale del 3° Reggimento Carri. Come molti l'armistizio lo colse impreparato e fu fatto prigioniero, vicino a Tivoli, l'8 settembre del 1943, dai tedeschi. Riuscì a scappare, tornare in Emilia e unirsi alla Resistenza diventando il comandante del terzo battaglione della Settantasettesima Brigata Sap «Fratelli Manfredi». Coraggioso, determinato, partecipò ad almeno 13 scontri a fuoco, venne anche ferito. Riuscì quasi miracolosamente a sfuggire a un agguato tedesco, zigzagando sotto una gragnuola di colpi. Fu quell'episodio che gli valse l'appellativo di «diavolo» affibbiatogli da due vedette partigiane. Combattente nelle file dei comunisti, ma cattolico convinto, non era gradito a quelli che avrebbero voluto vendette brutali. Sostenitore dell'equità verso i vinti, difese più volte ex repubblichini dalla giustizia sommaria. Tanto che come responsabile partigiano del carcere di Correggio respinse, il 27 aprile 1945, un assalto da parte di partigiani che volevano prelevare 7 fascisti. Qualcuno lo minacciò giurandogli: «Un giorno ci sarà una pallottola anche per te!».

Ed è qui che si inserisce il capitolo più buio della storia di Nicolini, nel frattempo diventato sindaco di Correggio: il 18 giugno 1946 viene ucciso in città don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo, è una delle tante esecuzioni sommarie a firma rossa. Vengono accusati Nicolini, come mandante, e altri due partigiani. L'ex comandante viene arrestato, il 13 marzo 1947, e poi condannato a 22 anni di carcere. Le testimonianze non tornano, alcune sono state estorte, altre sono imprecise, quelle a favore dell'imputato trascurate. Chi sa nel mondo partigiano tace, tanto Nicolini l'abbiamo detto prima era scomodo, il mondo cattolico, invece, vuole un colpevole. Due dei veri responsabili, Cesarino Catellani e Ero Righi, nel frattempo, erano fuggiti in Jugoslavia. Solo quando nel 1991 il terzo colpevole del delitto, William Gaiti, confessò il procedimento venne riaperto e Nicolini, l'8 giugno 1994, venne finalmente riabilitato. Francesco Cossiga gli telefonò di persona per scusarsi a nome dello Stato italiano. Nicolini, che di anni ne aveva scontati 10, grazie a un indulto, aveva vissuto comunque per tutto quel tempo lottando contro il fango che gli era stato gettato addosso, ma senza recriminare e aprendo sempre la sua casa ai giovani.

Perché a lui esser il «Diavolo» non piaceva: «Per me Gesù Cristo è il primo socialista della Storia». Tanti ieri i saluti rivolti a Nicolini, da quello delle Sardine via Facebook -«Ciao Comandante Diavolo» a quello di Graziano Delrio (capogruppo Pd) e Di Giuliano Pisapia che lo ha assistito durante il suo processo.

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