Quale transizione energetica avremo dopo la guerra in Ucraina?

L'Ucraina ha accelerato le riflessioni in tal senso rendendo al tempo stesso la transizione più urgente, per quanto dimostrato dal ricatto energetico russo su gas e petrolio, e più costosa e difficile da realizzare

Quale transizione energetica avremo dopo la guerra in Ucraina?

Il conflitto ucraino ha già superato i cento giorni di durata e la partita energetica che ha scatenato è tra le più importanti dell'era presente. Tanto da impattare profondamente sulla programmazione politica e sulla visione strategica riguardante la transizione energetica.

La transizione energetica sarà accelerata o rimandata dalla guerra in Ucraina? Domanda complessa che merita approfondita risposta. Tendenze divergenti sembrano compenetrarsi in quest'ottica.

In primo luogo la transizione energetica post-Ucraina si struttura come un Giano Bifronte. In Occidente, ad esempio, stanno esplodendo gli utili delle majors petrolifere tradizionali trainati dai prezzi in crescita di oro nero e gas naturale. Ma al contempo si pesa sempre di più il tema della dipendenza strutturale dalla Russia di Vladimir Putin. "La Germania, ad esempio, ha anticipato i suoi obiettivi: vorrebbe raggiungere il 100% di elettricità prodotta con energia rinnovabile entro il 2035 (un aumento rispetto al precedente 80%)", ha fatto notare l'Ispi in un report.

Una seconda questione importante da studiare è il tema delle materie prime. La transizione energetica si fa sentire sempre di più perché le rinnovabili "danno maggiori garanzie di stabilità e sicurezza, a differenza dei combustibili fossili segnati in questi anni di pandemia e guerra da forniture a singhiozzo e prezzi alle stelle", ma al contempo devono fare i conti con un'esplosione dei principali materiali strategici che, inevitabilmente, si scontrano con il collo di bottiglia della dipendenza dalla Russia. Nickel, litio, cobalto, platino, palladio, neon sono solo alcuni dei materiali, i più importanti, tra quelli che la Russia influenza a livello di mercato e che nessuna sanzione europea può colpire pena la rottura di fragili catene del valore.

C'è poi il tema fondamentale dei costi. In un recente report la società di consulenza strategica Prometeia è partita proprio dal tema di terre rare e altri asset strategici per sottolineare come stiamo vivendo un superciclo delle materie prime in cui, nota Prometeia, "la domanda sta spiazzando l'offerta" causando un effetto di sottovalutazione del prezzo effettivo della transizione. Basti pensare a quanto appaiano superati nei fatti i Piani Nazionali di Ripresa e Resilienza in termini di disponibilità di risorse. Si realizzano dunque i timori legati agli scenari che analisti come Gianclaudio Torlizzi hanno costruito. Torlizzi, in Materia Rara ha scritto del rischio che la transizione green alimenti il superciclo delle materie prime in un'ottica di medio-lungo periodo e portato l'esempio degli investimenti da oltre 800 miliardi di dollari promossi su scala globale dal 2020 in avanti.

In quest'ottica vanno sottolineati i dati aggregati su scala globale aggiornati al periodo post-crisi in un recente studio di McKinsey. "Stando ai calcoli elaborati dalla società newyorkese", nota Ekonomia, "l'impegno economico complessivo medio annuo si aggirerebbe sui 9.2 trilioni di dollari. Rispetto a quanto già si fa, significa una spesa annua aggiuntiva in asset fisici pari a 3.5 trilioni di dollari. McKinsey ci dà anche un termine di paragone: si tratta di una cifra che corrisponde ad un quarto delle entrate fiscali globali raccolte nel 2020, o a più della metà dei profitti fatti registrare dalle società private sparse intorno al globo".

In quest'ottica, mentre operatori come l'ad di BlackRock Larry Fink si dicono certi che la transizione energetica sarà il settore del domani il problema per il mondo produttivo è focalizzarsi sulle difficoltà del presente. Dipendenza dei settori dalle fonti fossili, problemi delle catene del valore, crisi geopolitiche e, in prospettiva, il legame tra la transizione green e la rivoluzione digitale aumentano il grado di complessità. L'Ucraina ha accelerato le riflessioni in tal senso rendendo al tempo stesso la transizione più urgente, per quanto dimostrato dal ricatto energetico russo su gas e petrolio, e più costosa e difficile da realizzare.

Ritorna il solito Giano Bifronte a cui i decisori politici non possono non reagire che in un modo: procedere con strategie di piccoli passi e pragmatismo. Consci che la transizione non sarà un pranzo di gala se perseguita con furia ideologica.

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