Veltroni, il salvatore, parte in salita

Non era difficile prevedere che Walter Veltroni si sarebbe rapidamente arreso alle pressanti richieste di fare il grande rientro nella politica nazionale, accettando l’investitura a segretario del futuro Partito democratico. Le crescenti difficoltà del centrosinistra, e la consapevolezza che il parto del Pd sarà comunque molto travagliato, avrebbero dovuto consigliare al sindaco di Roma di allontanare da sé l’amaro calice. «Qui - ammette lui stesso - chi rischia sono io».
Ma come avrebbe mai potuto respingere le sollecitazioni e farsi da parte chi per sei anni ha scelto il ruolo di «riserva» nobile della sinistra ed ha lavorato con testarda determinazione a costruirsi l’immagine di taumaturgo del fronte progressista in crisi? Se non lo avesse fatto avrebbe tradito se stesso. E sarebbe stato effettivamente costretto ad abbandonare la vita pubblica, nazionale e capitolina, ed a ritirarsi in Africa ad occuparsi dei bambini affamati.
Per Veltroni, dunque, la discesa in campo era una scelta comunque obbligata. Ma proprio perché tale, appare piena di difficoltà e carica di presagi niente affatto favorevoli.
La prima difficoltà è quella del momento. Se avesse potuto, il sindaco di Roma sarebbe uscito allo scoperto nel momento immediatamente successivo all’esplosione della crisi del centrosinistra. I «salvatori della patria» non spuntano prima, ma solo dopo i disastri. Per evitare di essere coinvolti in qualche modo nel tracollo generale e per avere le carte in regola per tentare il miracolo della rinascita o dell’uscita dall’abisso. Se Diaz fosse stato coinvolto nella sconfitta di Caporetto non avrebbe mai potuto diventare il vincitore di Vittorio Veneto.
La seconda difficoltà è la presenza del governo Prodi. È vero che per allettarlo e convincerlo ad accettare la carica di segretario del Pd, gli è stato promesso che in autunno sostituirà il Professore a Palazzo Chigi e diventerà il candidato premier del centrosinistra alle successive elezioni della primavera del 2008 o del 2009. Ma è altrettanto vero che, fino a quando il governo di Romano Prodi rimarrà in piedi, il Partito democratico ed il suo segretario saranno costretti a fare quadrato attorno all’esecutivo più inviso di tutta la storia dell’Italia repubblicana. Per Veltroni costruire un binomio con Prodi nel 1996 fu un affare. Adesso sarà (o sarebbe, visto che non è da escludere la caduta dell’esecutivo prima di settembre) un danno micidiale.
La strada del sindaco di Roma parte in salita. Ed anche gravata da un precedente jettatorio. L’esponente diessino ha deciso di sciogliere la riserva e dare il grande annuncio in occasione di un incontro a Torino con il collega della città sabauda Chiamparino. La scelta indica che il futuro segretario del Pd è consapevole che se vuole ottenere successo deve recuperare l’elettorato delle regioni settentrionali. E pensa di lanciare da Torino la sua campagna per la riconquista del Nord.
Ma già una volta Veltroni è partito da Torino.

Lo fece nel gennaio del 2001, in occasione del congresso dei Ds che celebrò nelle vesti di segretario. Uscì dal Lingotto all’insegna dello slogan «I care». E qualche mese dopo guidò la Quercia verso la sconfitta elettorale che diede per cinque anni il governo del Paese a Silvio Berlusconi.

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