Dal 1921 la dipendenza da Mosca costrinse il partito a sbagli imperdonabili

La storia del Partito comunista italiano la cui fondazione risale al 21 gennaio 1921 è a questo punto centenaria e ricca di profonde contraddizioni.

Dal 1921 la dipendenza da Mosca costrinse il partito a sbagli imperdonabili

La storia del Partito comunista italiano la cui fondazione risale al 21 gennaio 1921 è a questo punto centenaria e ricca di profonde contraddizioni. Alcune ben chiare sin dai giorni della fondazione. Una su tutte: la sudditanza di un entità politica che avrebbe dovuto essere italiana, o al massimo internazionalista, agli interessi e alle direttive di Mosca. E si trattò di un peccato originale. In Italia CGdL e i riformisti del Partito socialista avevano rifiutato di trasformare gli scioperi del biennio rosso in uno strumento (velleitario) per tentare di prendere il potere nel Paese, scardinando il meccanismo della Monarchia costituzionale. Gli equilibri interni del Psi si erano sì spostati a sinistra con l'egemonia dell'ala massimalista di Giacinto Menotti Serrati. Ma ci si rifiutava di allontanare dal partito i riformisti e di sposare in toto i cosiddetti 21 punti di Mosca.

Questo provocò la scissione di una minoranza, rappresentava 58783 iscritti su 216337, che trasferitasi al teatro San Marco di Livorno diede vita al Partito Comunista d'Italia. La linea della nuova formazione si rivelò da subito dura e insurrezionalista: «Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l'abbattimento violento del potere borghese». Un programma che alimentando le paure dei ceti medi finì per avvantaggiare il fascismo. E che finì per schiacciare le posizioni del comunismo italiano su quelle dell'Urss. Il PCd'I riuscì in parte a mantenere una sua autonomia solo grazie al forte carisma personale di Gramsci. Ma anche tutto questo venne a cadere rapidamente quando il Partito fu soppresso dal regime fascista il 5 novembre 1926. I comunisti continuarono la loro attività clandestinamente in Italia, dove furono l'unica forza antifascista a essere presente in modo significativo. Ma iniziò anche una forte emigrazione all'estero, soprattutto verso l'Unione Sovietica. Così con l'arresto di Gramsci, l'8 novembre, la guida del Partito comunista, di fatto, passò a Togliatti, che rafforzò ulteriormente i rapporti con l'Unione Sovietica.

L'Urss per molti espatriati si rivelò da subito diversa dal sognato Paradiso del proletariato. Ogni tentativo di insubordinazione o di tornare in Italia fu punito con durezza. Su segnalazione dei dirigenti italiani più di duecento militanti vennero accusati di essere bordighisti-trotskisti. Vennero inviati nei Gulag o fucilati. E per molto tempo su di loro calò il silenzio. Era solo l'inizio di una serie di omertà e violenze subite o perpetrate da un partito satellite che non aveva alcuna possibilità di opporsi a Stalin. Mosca diede l'input - tra il 1934 e il 1935- di riavvicinarsi ai partiti socialisti europei per opporsi al nazismo? Fatto ingoiando la giravolta che portava a riabbracciare i compagni riformisti infangati sino al giorno precedente. Eppure poco dopo il Partito subì il patto Ribentropp-Molotov del 1939. Una doccia freddissima per molti compagni. Si cercò di farla digerire a tutti con la dottrina che «tutti gli imperialismi sono uguali». Il livello dell'inganno era talmente evidente e mortificante che solo la discesa in guerra dell'Italia fascista e l'attacco diretto all'Urss riuscì a metterci una pezza ideologica.

Ma nemmeno il tempo di riprendersi e i comunisti italiani si ritrovarono coinvolto direttamente nel lavaggio del cervello e nei maltrattamenti inflitti ai prigionieri italiani dell'Armir. Poi il Pci si vide coinvolto nell'organizzazione della Resistenza in Italia. Portò avanti un tentativo, riuscito, di egemonizzazione delle forze partigiane. Il che richiese un nuovo complesso doppio salto carpiato. Il Pci si presentava a Salerno come forza disposta a collaborare con gli altri partiti per il recupero di tutto il territorio nazionale. Ma nelle zone di confine con la Slovenia il Pci appoggiò le posizioni filo annessionistiche del Kps, favorendo la subordinazione delle stesse unità partigiane italiane alla direzione slovena. La strage di Porzus nacque così. Ovviamente quando le posizioni di Stalin e di Tito si divaricarono, ci pensò il Pci a portare avanti l'espulsione del partito comunista jugoslavo dal Cominform.

Iniziava così il ruolo del Pci durante la Guerra fredda. Quel ruolo che lo portò ad appoggiare l'invasione dell'Ungheria da parte di Mosca nel 1956. E ancora dopo che nel 1968 venne repressa la primavera di Praga il Pci che pure aveva in Berlinguer (in ascesa all'ombra dell'ormai fragile Luigi Longo) un alfiere della minor dipendenza da Mosca, che sarebbe poi sfociata nell'idea dell'eurocomunismo, non poté spingersi oltre il dichiarare un «forte dissenso».

Berlinguer, negli anni, alzò il tono dello scontro con Mosca e disse nel luglio 1980 alla Fallaci: «Se vuole che le dica quel che non va nell'Unione Sovietica glielo dico. Un regime politico che non garantisce il pieno esercizio delle libertà, anzitutto.

Il che non è cosa da poco anzi è la più grave, ed è ciò che ci spinge a cercare una via diversa». Ma ormai il danno della doppia verità, del doppiopesismo, e della dipendenza economica da Mosca (durata sino agli anni '90), aveva minato la sinistra italiana.

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