WashingtonSe continuerà così, entro un paio di settimane la «fresca» Amministrazione Obama conterà più ex ministri che ministri in carica, e questo ben prima che scada il fatidico, o almeno tradizionale, orologio dei «primi cento giorni», il numero magico in calendario su cui si giudica la capacità innovativa di ogni neopresidente. Lultimo - per ora - ad andarsene, anzi a voltare le spalle a Obama e alla propria parola, è stato Judd Gregg, un senatore repubblicano che aveva accolto con entusiasmo linvito a far parte del governo di un presidente democratico in nome della emergenza economica. Doveva diventare, infatti, ministro del Commercio. Gregg ha confessato di essersi accorto allultimo momento che le sue vedute erano incompatibili con quelle dellAmministrazione di cui aveva deciso di far parte.
Un paio di suoi predecessori avevano dovuto rinunciare per motivi più pratici o più meschini, storie di qualche tassa non pagata, o pagata in ritardo o di molte connessioni con delle aziende private. È rimasto in piedi, finora, il ministro del Tesoro Timothy Geithner, che pur ha dei problemi consimili. Nellammettere il suo penultimo errore, Obama non ha accampato scuse e ha confessato di avere «fatto un gran casino». Nellultimo caso limpressione diffusa è che il pasticcio labbia fatto Gregg, ma ciò non cambia molto le cose, non risponde e neppure previene la domanda perché mai Obama, eletto a grande maggioranza e salito alla Casa Bianca con un «capitale» ancora maggiore di fiducia e di appoggio, si sia praticamente fermato proprio nel momento in cui lAmerica ha fretta.
Al di là delle gaffe credo si possa dire che ci siano motivi storico-politici, difficoltà oggettive e vizi antichi. Salta subito agli occhi, per esempio, il contrasto tra il modo di agire - e di parlare - di Barack Obama quando si tratta di politica estera: le sue idee sono chiare, le parole precise, gli obiettivi ben delineati, unautentica disposizione innovativa, dove alcuni vedono addirittura più coraggio che prudenza: riconciliazione con la Russia, mano tesa allislam, ripensamento sulla convinzione del predecessore che basti la potenza militare a risolvere intricati problemi politici. Nella sua prima conferenza stampa Obama non ha mai avuto bisogno di più di due minuti per rispondere a domande anche incisive. Quando gli sono state poste domande di politica economica, gliene sono voluti spesso da dieci a dodici, di minuti: dimensioni da discorso, non da risposta. Il motivo è in questo caso semplice: la differenza di esperienza e di preparazione. La candidatura Obama non è nata per sistemare uneconomia che in quel momento godeva fra laltro di una salute più che accettabile: il suo motivo centrale è stata lopposizione alla guerra in Irak e il ripudio del bushismo. Obama ha vinto la nomination su questi temi in febbraio, quando Bagdad era la parola più citata nei dibattiti, che non contenevano accenni al bailout delle banche. Poi le priorità si sono capovolte e luomo deve cominciare unesperienza per lui nuova. Da ciò deriva la sua scelta: non di fare di testa propria, ma di affidarsi agli «esperti», vale a dire ai vedovi e ai nipoti di otto anni di Amministrazione Clinton, a cominciare naturalmente da Hillary. E apparentemente dimenticando che proprio Clinton aveva avuto gravi difficoltà nel far «partire» la sua amministrazione, mettendola assieme con lentezza, contraddizioni e gaffe. Il suo era stato giudicato da alcuni analisti «il più caotico insediamento della storia Usa». Gli uomini di Obama avevano detto subito che avrebbero fatto di tutto per non ripetere gli errori di allora. E, invece, stiamo assistendo al bis, con la differenza, che le misure di cui lAmerica ha bisogno sono estremamente urgenti: Clinton aveva ereditato da George Bush Sr. una macchina infinitamente più sana di quella che a Obama ha consegnato Bush Jr.
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