Alberti e la città rinascimentale

Una «straordinaria avventura intellettuale» ospitata fino al 16 ottore a Palazzo Caffarelli

Silvia Castello

Se Brunelleschi costruisce, Leon Battista Alberti teorizza le forme di una nuova architettura attraverso la riscoperta dell’antico. Nasce così il trattato De re edificatoria presentato a papa Nicolò V nel 1452 - che egli utilizzò anche durante il restauro del palazzo pontificio e dell’acquedotto romano dell’Acqua Vergine creando la base sulla quale sarebbe poi stata costruita la barocca Fontana di Trevi - e che supera il De architectura di Vitruvio delineando un progetto innovativo per una nuova visione della Roma cristiana sulle basi della classicità. Una straordinaria avventura intellettuale raccontata oggi grazie agli studi di diverse istituzioni culturali nazionali ed estere, nell’esposizione «La Roma di Leon Battista Alberti. Architetti, umanisti e artisti alla scoperta dell’antico nella città del Quattrocento».
«Se oggi noi siamo in grado di leggere la storia della città di Roma nell’evoluzione della sua immagine, e districarci in quell’unicum che essa rappresenta quanto alla straordinaria ricchezza di stratificazioni e complessità, un particolare tributo di riconoscenza lo dobbiamo a figure quali Leon Battista Alberti, autentico monumento della storia del Rinascimento, e alla sua poliedrica attività di architetto, archeologo, letterato, studioso e teorico» commenta Eugenio La Rocca, sovrintendente ai Beni Culturali.
L’evento espositivo si focalizza sul rapporto tra Alberti e Roma - consolidatosi nell’arco di quarant’anni a partire dal 1432: inizio della sua carriera ecclesiastica come abbreviatore apostolico sotto i pontificati di Eugenio IV, Nicolò V che intraprese un grande rinnovamento architettonico della città e Sisto IV - ed è estremamente articolato: attraverso pezzi architettonici antichi messi a confronto con rari taccuini e disegni dell’età dei papi dedicati alle architetture allora visibili, riemergono le diverse forme dell’Urbe e la loro reinterpretazione nel Quattrocento.
Completano l’esposizione di 123 opere, oggetti, manoscritti e codici rari - come lo splendido Codex Escurialensis dell’Escorial di Madrid -, raffinate opere d’arte - il celebre bronzetto del Marc’Aurelio di Filarete che sarà possibile confrontare con la vicina statua equestre di piazza del Campidoglio e la monumentale testa bronzea del Cavallo Carafa -.

Oltre a gemme, monete e alcuni bronzi e lastre campane provenienti dalle navi di Nemi dell’imperatore Caligola, nel 1447 oggetto di un famoso tentativo di recupero da parte di Alberti su commissione di Prospero Colonna (fino al 16 ottobre).

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