Anche il Pd scarica Fini: faccia un passo indietro

Anche il Pd ora chiede le dimissioni di Fini. Sei senatori di area popolare sottoscrivono un appello: "La sua leadership di partito è in conflitto con il suo ruolo di presidente della Camera"

Anche il Pd scarica Fini: 
faccia un passo indietro

Roma - Prima ancora del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è Gianfranco Fini a dover fare un passo indietro. Questa volta alle continue pressioni dei finiani non sono il Pdl né la Lega Nord, ma i democratici che chiedono al leader di Futuro e Libertà di lasciare la presidenza di Montecitorio. Secondo i senatori di area popolare del Pd, infatti, l'ex An non può abusare del suo ruolo istituzionale facendo il leader di partito.

Anche il Pd chiede a Fini di lasciare Nemmeno per l'opposizione Fini è un presidente super partes. L'appello arriva dalle pagine del Foglio. A sottoscriverlo sei senatori di area popolare del Partito democratico. "Prima ancora di Berlusconi - scrivono Lucio D’Ubaldo, Antonio Rusconi, Maria Pia Garavaglia, Daniele Bosone, Emanuela Baio e Anna Rita Fioroni - è Fini che, per essere più libero di continuare la sua azione, paradossalmente deve fare un passo indietro". L'anomalia sta infatti nel doppio "incarico" di Fini: presidente della Camera e leader di uno dei partiti di opposizione. Il rischio, temuto dai senatori piddì, è proprio che le scelte di Fini non siano dettati dall'interesse del bene comune ma dalle logiche del proprio partito. "Se è vero che il presidente del Consiglio non può pretendere di tenere sotto sequestro la sua stessa maggioranza, sfibrando oramai la credibilità di ogni atto di governo - spiegano i senatori del Pd dall’altro lato il presidente della Camera non deve trincerarsi nella difesa di un ruolo che confligge con la natura e la logica della sua concomitante leadership di partito".

Così, l'appello sottoscritto dai sei piddì è volto a chiedere a Fini "un gesto di onestà e trasparenza" in modo da "consegna a tutta l’opposizione - e quindi a Fini stesso - il diritto di parlare in nome degli interessi generali del paese, senza doppiezza di argomentazioni e di comportamento".

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