Lezioni sui diritti umani e Lgbtq dalla nipote di Fidel Castro. Un ciclo di incontri in Italia

La nipote di Fidel Castro, Mariela Castro Espin, tiene, a partire da domani 15 febbraio, in Italia una serie di incontri sui diritti umani e diritti LGBTQ, peccato che il Paese della parlamentare sia fra i peggiori in lista per quanto riguarda il rispetto proprio di questi ultimi

Lezioni sui diritti umani e Lgbtq dalla nipote di Fidel Castro. Un ciclo di incontri in Italia

Se fai di cognome Castro e vieni da Cuba non passi di certo inosservata. Se poi sei la figlia di Raul, nonché nipote del dittatore “lider maximo” Fidel e vieni in Italia a parlare di diritti umani, allora la cosa inizia a farsi veramente interessante nella sua paradossalità.

Stiamo parlando di Mariela Castro Espin che domani 15 Febbraio inizierà da Milano un piccolo tour in giro per l’Italia per parlare di diritti LGBT. Sarà ospite a Genova in un evento sponsorizzato dai partigiani dell’ANPI e ARCI per parlare anche di famiglia e del persistente blocco economico americano nei confronti del suo Paese. Il giorno dopo sarà di scena addirittura all’Università di Torino, l’argomento sarà il nuovo “codice della famiglia” entrato in vigore a Cuba.

Psicologa, parlamentare e attivista LGBT, Mariela, presiede il Centro Nazionale di Educazione Sessuale di Cuba ed è stata una delle grandi sostenitrici del referendum popolare del 25 settembre scorso che ha legalizzato nel Paese caraibico matrimoni gay e maternità surrogata, rivelando un agognato “modello cubano” in tema di diritti umani.

Ma per l’ennesima volta la sinistra si è dimenticata dell’elefante nella stanza.

Difatti sotto il regime castrista la comunità omosessuale fu una delle più marginalizzate e brutalizzate, fino ad essere rinchiusi nelle UMAP, Unità Militari di Aiuto alla Produzione, un acronimo per celare quelli che erano dei veri e propri campi di concentramento. In un’intervista a Giangiacomo Feltrinelli del 1965, Fidel ironizzava sulla possibilità in Occidente di “mandare un figlio a scuola e vederselo tornare frocio”. Si è dovuto attendere il crollo del Muro e dell’URSS affinché il regime cubano chiedesse scusa e ritrattasse questa sua posizione. Ma alcune cose non sono cambiate e permangono ancora oggi.

Cuba è ancora un regime che reprime violentemente il dissenso, dove non vi è la minima libertà d’espressione e men che meno di stampa, dove non possono esistere partiti politici al di fuori del PCC (Partito Comunista Cubano) e il Parlamento, di cui fa parte anche Mariela Castro, è praticamente esautorato da poteri rilevanti e si riunisce solo due volte l’anno. A L’Avana le manifestazioni pacifiche contro il regime vengono represse anche sparando sulla folle inerme, come riporta Amnesty International, e per gli oppositori politici sono previsti fino a 30 anni di carcere.

Questo naturalmente non vuole essere un invito a non far parlare Mariela Castro, per fortuna l’Italia non è Cuba e la libertà d’espressione è sacra anche se ti chiami Castro. Certo che però fa specie che solo qualche settimana fa, per partecipare ad un regolare convegno nella prima Università della Capitale un giornalista ed un esponente del primo partito del Paese, sono dovuti ricorrere alla scorta della celere.

L’unico augurio è che

durante questi incontri, tra un diritto LGBT e l’altro, magari qualcuno si ricordi della libertà d’espressione e delle condizioni del popolo cubano, ma il timore è che siano frequentati da tanti “pesci rossi”.

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