DI BENEDETTO Una vita votata al silenzio

La tardiva riscoperta di un grande della letteratura argentina del Novecento, che tra scrittura ed esilio fece dell’assenza di parole il suo credo esistenziale

El silenciero si difende dalla brutalità del mondo proclamando d’essere scrittore. E poi se ne pente, perché sa di aver mancato di discrezione. Fa così perché non è tranquillo, perché il rumore lo aggredisce. Il rumore è il mondo, ma el silenciero non riesce a vederlo com’è. Semplicemente lo patisce, e non riesce a sentirsene parte: «Le frasi volgari, nell’arrivarmi addosso, mi fanno temere chi le pronuncia. Mi suggeriscono che dietro non ci sia ragionamento. (Se le dico io non me ne accorgo)».
Insieme al silenciero, tanti, troppi grandi della storia della letteratura, colti nell’attimo irreale di creazione che li separa dalla spaventosa concretezza. Riuniti a convito nell’anima, nello stile, nella memoria fragile del silenciero se ne sentono gli echi - mai vibranti, ma sempre e solo fatti di lettere mute, della stessa sostanza dei sogni: Pessoa, Borges, Camus, Kafka, Pirandello, Michaux, Montale. Dolcissimi fantasmi che hanno creduto nel silenzio e che ora attendono, in compagnia dell’unico compagno che può arrivare insieme a te ovunque, e vincere la morte: la scrittura.
Anche El silenciero attende. Attende sempre. Che la realtà svanisca e faccia posto a una cordigliera di altissimi vulcani, nella notte prima della Creazione, notte di pace in cui gli si conceda un «silenzio vasto, serenissimo, senza bordi». E mentre attende, el silenciero può fare solo due cose. Camminare. E scrivere. Perché mentre cammina ha l’illusione di andare verso un altrove che pure deve esistere e che il movimento perpetuo gli dà l’illusione di poter raggiungere. Perché mentre scrive crea egli stesso il suo altrove, sì, proprio il risaputo altrove terapeutico narrativo di cui la psicanalisi si è fatta promotrice.
El silenciero è lo scrittore argentino Antonio di Benedetto ed è anche L’uomo del silenzio (BUR, pagg. 187, euro 8.50, con una precisa prefazione di Laura Pariani), il suo primo romanzo tradotto in Italia a trent’anni da Zama, pubblicato da Einaudi nel 1977.
Tutta la sua vita è il racconto di un lungo silenzio: soltanto silenzio si levò da lui, ma espressivo e potente come uno schiaffo, al termine dei diciotto mesi di cella tre metri per due, scarafaggi e formiche, impostigli dal sequestro della Junta Militar, che lo prelevò senza spiegazioni a poche ore dal golpe, la notte del 24 marzo 1976, gli applicò al petto l’etichetta di «sovversivo» e lo rilasciò il 3 settembre dell’anno dopo, grazie all’intervento di alcuni intellettuali come Victoria Ocampo, Ernesto Sabato e il premio Nobel Heinrich Böll, e nonostante il totale disinteresse dei notabili che l’avevano frequentato per anni. Di Benedetto sospettò come colpa una falsa delazione, un oscuro triangolo amoroso o un castigo che potesse esser d’esempio a tutti coloro che non accettassero di sottomettersi al regime. Mai gli vennero date spiegazioni per quell’arresto: «e questa incertezza è il peso più grande», dichiarò anni dopo.
Poco più che silenzio condì l’esilio che si autoimpose durante la dittatura: a Madrid non riusciva a scrivere, si sentiva inadeguato, e non per la lingua, stretta parente del castigliano d’Argentina, ma perché gli mancava il tetto (El techo è il titolo del libro che il protagonista senza nome de L’uomo del silenzio cerca di scrivere «nonostante» il mondo) del cielo blu del deserto, quello che da Mendoza, città dove nacque nel 1922, poteva assorbire dalle finestre del giornale che dirigeva, «Los Andes».
Era il giornale dove aveva iniziato a lavorare a diciott’anni e dove riusciva a sentirsi meno alieno al mondo perché poteva inoculare in scritti asciutti e stoici (soprattutto sul cinema, che amò per tutta la vita, perché, via di fuga imperfetta, spegneva il mondo per ricrearlo a dimensione di uno schermo) quell’ironia sospesa che ne ha fatto, secondo una critica tardiva ma entusiasta allo spasimo, «lo stile più originale della letteratura argentina del Novecento», che ha portato alla ripubblicazione, dal 1999, di tutte le sue opere e che lo ha consacrato, secondo La Nación, come «uno dei segreti meglio custoditi della letteratura nazionale».
Gli anni dell’esilio, su cui scrisse la serie dei bellissimi Cuentos del exilio (1983)- «non sono una cronaca, né una denuncia» ne disse, «perché il silenzio è la più acuta delle proteste. Sono invenzione, ma un’invenzione particolare, che poteva essere inventata soltanto da un esiliato» - trasformarono definitivamente el silenciero in uno straniero globale: se prima il mondo non gli era mai appartenuto, ora anche lui si toglieva dal mondo come si toglie una pedina dalla scacchiera quando ha finito il suo compito e la si mette da parte. In esilio in Spagna el silenciero portò a compimento la sua vita «a levare»: non per nulla le due tecniche di fuga perfezionate dall’uomo nei secoli, il sogno e il suicidio («Potrebbe essere una forma di conoscenza. Eppure, difficile che si produca per fame. Per quella, si chiede l’elemosina»), lo avevano sempre assorbito come un’ossessione. Lo dimostrano Los suicidas, il suo terzo romanzo (1969), Absurdos (1978), la raccolta di «sogni indotti» stilata per resistere al ricordo della prigionia, e Sombras, nada mas (1986), scritto l’anno della morte, che mostra la strada percorsa verso il delirio onirico, lontano dalla solitudine, dal senso di colpa, dalla nostalgia e dalla tentazione del suicidio.
E se el silenciero elargì silenzio, fu silenzio che ricevette in cambio dal mondo. La sua prima raccolta di racconti, Mundo animal (1953) fu tirata in 300 copie e rimane il suo più grande tributo a Borges, da cui aveva appreso che «il fantastico è una via di accesso alla realtà». La critica lo elogiò, come elogiò El pentágono (1955) considerato anticipatore del nouveau roman e il suo primo romanzo, Zama (1956), epigone esistenzialista. Ma il pubblico non lo amò mai davvero, né lo lesse. Si creò con i lettori potenziali, e molti avrebbero potuto essere, davvero, un rapporto di diffidenza che solo il tempo poteva scalfire, come infatti è stato.
«La figura sconnessa, il corpo traslucido, l’andatura monoritmica. E quello strano sguardo. Era un’ombra». Così descrive Di Benedetto lo scrittore Ángel Bustelo, che ne ricostruisce la vita nella testimonianza El silenciero cautivo nominandolo con lo pseudonimo Suetonio Da Bene. E questa mancanza del gene mondano, che esprimeva persino con i gesti e il portamento, costò a Di Benedetto un isolamento che lo rafforzò nella sua ruvidezza e sostenne la sua ostinata umiltà: «lo scrittore deve produrre prima di tutto il rigetto del lettore. Se il lettore si identifica con il protagonista, si perderà».
Silenzio lo accolse anche quando tornò in Argentina dopo sei anni di esilio, durante il quale oltre a soggiornare in Spagna, aveva tenuto conferenze negli Stati Uniti sulla letteratura latino-americana in numerose Università. Sembrava, allora, «di vent’anni più vecchio, con i capelli imbiancati precocemente, la barba larga e un tremore costante alle mani. Si vedeva che aveva problemi economici che cercava, con dissimulata allegria, di occultare».
Eppure in una delle ultime interviste concesse, quella a Jorge Halperin di Clarín, nell’estate del 1985, ancora dichiarava: «Bisogna intendersi su quel che significa la provocazione nichilista. Se la si intende come minimalismo, sottrazione dalle proprie responsabilità, non posso accettarlo.

Voglio provare ad essere coraggioso fino al punto in cui me lo permette la mia codardia». È lo spirito indomito e paradossale del silenciero, mai incantato dalle sirene del Reale, cui l’appetitoso profumo della grigliata dei giorni di festa ricorda soltanto la carne bruciata dei martiri.

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