Benjamin e Bloch: marxisti all’hashish

Metti Walter Benjamin ed Ernst Bloch nella stessa stanza. Due marxisti eretici, se mai l’espressione abbia avuto un senso. Discutono di palingenesi dell’umanità? No, si passano la sigaretta di hashish, lo assumono con solitudine metodica e atteggiamento scientifico, tengono persino i “verbali” degli “esperimenti” con la droga. Li tiene Benjamin, soprattutto, che a cavallo tra gli anni Venti e gli anni Trenta, in un girovagare da Marsiglia a Ibiza, si dedica all’indagine conoscitiva dell’hashish, insieme ad alcuni amici, tra cui Bloch. Il risultato sono una serie di resoconti dall’ebbrezza, appunti sotto forma di flussi di coscienza alterata, che ora l’editore Cult pubblica sotto il titolo inequivocabile, Hashish (pagg. 123, euro 8). Un diario filosofico dalla tossicomania, che smentisce la retorica celebrativa sui “paradisi artificiali”, anzi la ribalta, perché, come scrive Benjamin, «le verità più profonde, lungi dall’essere emerse da quanto vi è di oscuro, di animale dell’uomo, hanno la forza enorme di potersi ancora adattare all’oscuro e al volgare».
Non è la droga in sé a contenere verità insondabili, quel che affascina Benjamin è piuttosto come le verità dell’uomo si ritrovino, deformate, nella droga. Via allora, il 18 dicembre 1927, «verso le tre e mezza di mattina», al primo esperimento. Che manifesta subito «pretese spaziali e temporali» inedite. «Grande estensione orizzontale dell’appartamento. Fuga di stanze, dalla quale proviene la musica». Distorsione comportamentale, che porta a un’ «illimitata benevolenza. Si dischiude il buon carattere. Tutti gli astanti assumono la gamma del buffo». La droga, come proverà a sistematizzare il Benjamin lucido, produce «qualcosa come un incatenamento magico delle inferiorità, dei complessi e delle turbe», per cui ci si trova in comunità originaria e inscindibile con i «partecipanti al rito», gli altri drogati. Il filosofo registra una «spiccata avversione a conversare su problemi della vita pratica, sul futuro, i dati, la politica».
È un’ebbrezza ludica, questa, contraddetta dal secondo esperimento, che riporta al «fondamento depressivo» dell’hashish. «Non è più» scrive Benjamin «il cordiale e socievole permanere nella stanza», ma «è invece un esserci intessuti, una tela di ragno nella quale l’accadere del mondo è sospeso qua e là come vuoti involucri di insetti a cui è stata succhiata la linfa». È un’ebbrezza vischiosa, in cui «le cose sono solo manichini» e odorano dell’ «ambiguo ammiccare del nirvana». Un’ «ebbrezza calvinista», dice Bloch che si sottopone allo stesso esperimento, e insiste sull’immagine della grande ragnatela che «intesse tutta la stanza». Da lì in poi, «un elemento depressivo e uno euforico si combattono di continuo».
Verbale del 18 aprile 1931, redatto dall’amico Ernst Joel: «Ore 23, Walter Benjamin, 1,0 grammi. Alle 24 è improvvisamente colto dal riso, ripetute, brevi risate. “Vorrei trasformarmi in una montagna di topi”».

Più avanti, con irritazione fuori luogo, «il soggetto prega l’estensore del protocollo di non dargli del tu. Motivazione: “Io non sono io, sono l’hashish in determinati momenti”». Infine, "il soggetto si addormenta all'improvviso (una e quindici)". Il sonno della ragione è necessario, a volte.

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