Addio a Ilario Castagner, creò il "Perugia dei miracoli"

Il tecnico ha legato la sua carriera specialmente all’Umbria, ma ha guidato anche le milanesi e la Lazio

Addio a Ilario Castagner, creò il "Perugia dei miracoli"

Il mondo del calcio italiano saluta un altro dei suoi grandi interpreti. Ci ha lasciati oggi all’età di 82 anni Ilario Castagner, demiurgo del “Perugia dei miracoli” e non soltanto. A darne la notizia è stato il figlio Federico che, tramite un post, ha scritto che “Oggi se n’è andato il sorriso più bello del calcio italiano”. Castagner era ricoverato da giorni all’ospedale Santa Maria della Misericordia di Perugia.

Gli esordi come centravanti

Classe 1940, viene sedotto dal pallone fin da giovanissimo. Gioca centravanti, grazie ad un fisico longilineo e prorompente. Incipit da diciannovenne, con la gavetta alla Reggiana, per poi spostarsi di città in città. Una costante che l’avrebbe accompagnato anche nella sua carriera da allenatore, con un epicentro emotivo tuttavia indiscutibile: Perugia. Qui, da attaccante, vince la classifica cannonieri della terza serie e, in tutto, affastella 33 gol. Non sarebbe stato tuttavia quello in campo il suo flirt più intenso con l’universo calcistico. Appesi clamorosamente gli scarpini al chiodo all’età di 28 anni, inizia a maneggiare il mestiere da bordo campo, mulinando le braccia per indicare traiettorie nitide ai suoi giocatori.

La chiamata del Perugia e il miracolo

Che Castagner fosse fatto della stessa sostanza di cui sono composti gli allenatori, lo si intuiva subito. Mentre ancora sgomita in campo, all’età di 26 anni, decide di seguire il corso per diventare tecnico. Dapprima lo raccoglie sotto la sua ala Corrado Viciani, settore giovanile dell’Atalanta. Poi un giorno il telefono strepita per indicargli un cammino che non avrebbe mai potuto disertare. Franco D’Attoma, neo patron del Perugia, lo pretende appollaiato in panca. Ilario non deve nemmeno rifletterci. Il Grifone, scorre il 1974, galleggia senza pretese in B da un decennio. Lui riesce a rivitalizzarlo. Scopre e lancia alcuni giovani carneadi, da Renato Curi a Paolo Sollier. Con le sue intuizioni tattiche, miste ad un carisma gentile, issa clamorosamente la squadra in Serie A. I risultati che centra negli anni successivi sono un autentico supplizio per gli allibratori che vaticinavano uno svelto ritorno degli umbri in cadetteria. Non solo rimane nell’Olimpo del calcio italiano. Lambisce anche, lucidamente impudente, il sogno impensabile dello scudetto. La stagione è quella del 1978/79. Secondo alle spalle del Milan. Nemmeno una sconfitta. Una squadra invincibile. Il “Perugia dei miracoli”, lo ribattezza la grancassa narrativa.

La Lazio e le milanesi

Quando scocca il 1980 si rimette in gioco nella selva della Serie B per una causa prestigiosa. Panchina della Lazio, declassata dalla scandalo Totonero. Non riuscirà a farla riemergere da quella infamante apnea per una spanna soltanto: pareggio all’ultima giornata contro il Vicenza e sogno svanito. A metà della stagione seguente arriva un esonero, ma un’altra sirena sta già luccicando in sottofondo. L’anno è il 1982. Altro richiesta di rianimazione di una nobile decaduta: lo chiama il Milan, scivolato penosamente in B per la seconda volta nella sua storia. Il matrimonio è fertile, perché con Ilario in panchina i rossoneri tornano subito nel vagone di prima classe. Nel frattempo, come di consueto, stappa alcuni acerbi talenti. Gente come Tassotti ed Evani. In seguito una serie di dissidi con il presidente Farina lo conduce alla porta, ma non dovrà percorrere troppa strada. Se lo prende l’Inter, con cui centra un terzo posto ed una semifinale di Coppa Uefa, con i nerazzurri che depongono le armi soltanto di fronte al Real Madrid.

Le ultime soddisfazioni

L’avvicinamento all’epilogo della sua carriera da allenatore ha di nuovo il sentore sapido della provincia italiana. Ascoli, Pescara e Pisa, prima di tornare dove pulsa forte il cuore. A Perugia, ancora una volta. Qui centra l’ennesima promozione in Serie A. La gente lo ama incondizionatamente.

Lui ricambia deciso, tornando in seguito anche come direttore tecnico e presidente onorario. In questa città è avvenuta la convergenza divampante del suo destino. Qui ha trascorso i suoi giorni migliori. Qui, avvolto da quell’amore che sa coprire il dolore, si è congedato da chi ha reso felice così a lungo.

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