Iran, le proteste contro il regime travolgono la nazionale

Dopo la visita al presidente della repubblica islamica, molti tifosi minacciano di boicottare la nazionale di Queiroz, accusata di non essersi schierata contro la repressione delle proteste. Chi canterà o meno l'inno rischia di essere più importante del risultato del debutto contro l'Inghilterra - un cambiamento epocale per un paese malato di calcio

Iran, le proteste contro il regime travolgono la nazionale

Se nessuno, onestamente, si aspetta molto dalla partita d’apertura di Qatar 2022, il Mondiale invernale inizierà sul serio quando in campo scenderà una delle possibili favorite, l’Inghilterra. Di fronte si troverà la nazionale di un paese dove il calcio è una passione talmente grande da diventare un enorme grattacapo per chi è al potere, l’Iran. Nella ex Persia i problemi certo non mancano, dalle sanzioni alla pesante crisi economica, ma la nazionale di calcio era sempre in grado di scatenare l’entusiasmo popolare. Stavolta, invece, buona parte dei sostenitori del Team Melli ha voltato le spalle all’undici che scenderà in campo lunedì contro i Three Lions, accusandoli di non aver preso le parti dei milioni di iraniani che stanno protestando contro il regime teocratico. Chiunque abbia avuto occasione di vedere la folla oceanica che affolla il gigantesco stadio Azadi di Teheran non può che sorprendersi di questo voltafaccia. L’imbarazzo tra i convocati del tecnico portoghese Queiroz è evidente, come la voglia di non farsi tirare troppo per la giacchetta. Nonostante le migliori intenzioni, rimanere neutrali sarà forse impossibile. In un paese sull’orlo della guerra civile, toccherà schierarsi.

L'inno che divide l'Iran

Più che il risultato del debutto contro l’Inghilterra o le possibilità di approdare per la prima volta agli ottavi di un mondiale, gran parte degli iraniani saranno attaccati alla televisione per scrutare il comportamento dei propri eroi quando sarà suonato l’inno della Repubblica Islamica. Se alle nostre latitudini una volta si criticava chi, magari non in possesso di una voce melodiosa, evitava di cantare “Fratelli d’Italia”, la questione è parecchio spinosa in Iran. Nel paese asiatico nessuno celebra più un gol da quando sono iniziate le proteste contro il regime degli ayatollah. La finale di supercoppa, giocata nel piccolo stadio di Kerman per evitare problemi, ha visto i giocatori dell’Esteghlal, seguitissima squadra della capitale, evitare religiosamente di festeggiare il gol della vittoria.I giocatori avevano fatto sapere prima del calcio di inizio che avrebbero partecipato alla consegna della coppa solo se, in segno di lutto, fossero stati evitati i fuochi d’artificio e la musica a tutto volume. La televisione di stato, per non sapere né leggere né scrivere, ha staccato sugli sconfitti alla consegna della coppa, chiudendo in fretta e furia il collegamento.

Molti atleti, specialmente quando giocano all’estero, non hanno avuto problemi ad esprimere la propria solidarietà a chi si batte per avere giustizia dopo la morte della giovane Mahsa Amidi, uccisa dalla polizia religiosa per aver indossato male il velo islamico. Se i giocatori delle nazionali di pallavolo e pallacanestro si sono esplicitamente rifiutati di cantare l’inno del regime, un calciatore di beach soccer è andato oltre: dopo aver battuto il Brasile in finale ad un torneo internazionale a Dubai, ha mimato il gesto di tagliarsi i capelli, atto provocatorio compiuto da molte donne durante le proteste di piazza. Le amichevoli di avvicinamento a Qatar 2022 non sono state esenti da problemi del genere, tanto da far dire a Queiroz che tutti avrebbero preferito evitare l’incrocio con la Tunisia, giocato a porte chiuse a Doha, finito poi 2-0 per le Aquile di Cartagine.

Le cose erano andate ancora peggio a fine settembre, quando l’Iran affrontò i campioni d’Africa del Senegal. Dopo il convincente 1-1, nessuno sembrava aver voglia di festeggiare, dai giocatori allo staff tecnico. Per spiegare questo strano comportamento, basta vedere quel che stava succedendo fuori dal piccolo stadio dell’Admira Wacker, alla periferia di Vienna. I tifosi espatriati, che di solito seguono in gran numero la propria nazionale, erano stati bloccati dalla security privata pagata dalle autorità iraniane, passando la partita a gridare slogan a favore della protesta. Appena accortisi che i loro canti si sentivano benissimo, la regia della televisione di stato iraniana ha trasmesso la gara senza audio. Troppo poco, troppo tardi: tutti avevano sentito la folla gridare il nome della ragazza uccisa dalla polizia religiosa.

Team Melli o Team Mullah?

Quella che una volta era considerata l’unica istituzione in grado di unire un paese dove il divario tra metropoli progressiste e gli altopiani tradizionalisti non fa che crescere ora rischia di aggravare uno scontro già al calor bianco. A scatenare la campagna di boicottaggio sui social, la presenza dei convocati in Qatar alla tradizionale visita al capo della repubblica Ebrahim Raisi prima di lasciare il paese per il mondiale. La foto di gruppo con le facce sorridenti e la mancanza di gesti espliciti in supporto della protesta ha spinto molti ad affibbiare all’undici di Queiroz l’infamante soprannome di “Team Mullah”. Poche ore dopo, su un ponte della tentacolare capitale Teheran, un enorme manifesto con la foto dei giocatori della nazionale è stato dato alle fiamme, tutto naturalmente ripreso e amplificato dai social. I calciatori che giocano all’estero non hanno avuto problemi a rendere noto a tutti da che parte stanno. Sardar Azmoun del Bayer Leverkusen è stato seguito a ruota da Saman Ghoddos del Brentford che, all’Athletic ha dichiarato senza troppi giri di parole che “ciò che il popolo iraniano vuole non è niente di speciale, solo la libertà. Qualcosa deve cambiare”. Queiroz, alla prima conferenza stampa in Qatar, ha detto che, nei limiti delle regole imposte dalla FIFA, i suoi giocatori potranno rendere nota la loro posizione sull’argomento, azzardando un parallelo ardito con la pratica del kneeling dell’anno scorso: “alcuni lo fanno, altri no. In Iran le cose vanno allo stesso modo”. Nonostante richiami tutti all’ordine, all’obiettivo di centrare per la prima volta la fase ad eliminazione diretta, tutto sembra congiurare contro il tecnico lusitano.

Le stelle del passato recente del calcio persiano si sono già schierate, dal leggendario cannoniere Ali Daei all’ex Bayern Monaco Ali Karimi, condannato in contumacia per il supporto alle proteste degli ultimi mesi. A fare parecchio rumore il loro rifiuto di partecipare come ospiti al mondiale in Qatar. La risposta inviata al Presidente del comitato organizzatore Al Thani è stata tanto pubblica quanto polemica: “come sapete, il popolo iraniano sta vivendo un momento molto difficile. I media internazionali ignorano la nostra lotta. In questo momento ci sono cose ben più importanti del calcio per me. Ecco perché voglio rimanere col mio popolo e dargli una voce”. Il governo iraniano teme che le proteste da parte di tifosi espatriati o degli stessi giocatori possano dare ulteriore spinta alle massicce proteste che stanno mettendo a rischio la tenuta del regime degli ayatollah. La televisione di stato si è detta pronta ad interrompere le dirette in presenza di “attività sovversive”. Il governo qatariota, dopo la richiesta delle autorità iraniane di “prevenire ed evitare problemi”, ha negato il visto ai giornalisti dei pochi media indipendenti in lingua farsi, peraltro dotati di accredito ufficiale della FIFA. Nonostante le minacce e le pene draconiane più volte annunciate, sono sempre di più le star iraniane che si schierano con la protesta di piazza. Dopo le atlete di tanti sport minori, dall’arrampicata al tiro con l’arco, pochi giorni fa anche parecchie attrici famose hanno reso pubbliche immagini sui propri social senza velo e con messaggi di supporto alla rivolta. Sanno bene che gesti del genere potrebbero costargli pene detentive, l’ostracismo dei media controllati dal regime o il rischio di fare la stessa fine della giovane Mahsa ma l’hanno fatto lo stesso.

Insomma, un’atmosfera arroventata che sarà sicuramente arrivata anche nel ritiro dorato della nazionale iraniana a complicare non poco la preparazione per il mondiale. Invece di essere l’occasione per unire il paese e, magari, scatenare l’entusiasmo della piazza come nel 1998 quando la prima vittoria ai mondiali di Francia contro i poco amati Stati Uniti diede il via a festeggiamenti memorabili, il debutto con un’altra nazione con la quale i persiani hanno parecchi conti da regolare, l’Inghilterra, avverrà in condizioni del tutto diverse. Invece di fare il tifo, molti avranno gli occhi puntati sulle bocche dei calciatori, pronti a notare chi canta e chi no, chi si mette la mano sul cuore o chi provasse a lanciare messaggi di solidarietà piccoli o grandi. Il risultato della partita sembra la cosa meno importante a questo punto.

Per un paese dove tutti, uomini e donne, giovani e vecchi, andavano pazzi i loro ragazzi, quelli con la maglia tricolore del Team Melli, è un cambiamento davvero epocale. Vedremo se sarà solo un triste rituale o se invece sarà il primo passo verso un futuro migliore.

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