Cari amici: sono Pavese e vi scrivo

L’ottima, anche se un po’ compiaciuta, introduzione di Franco Contorbia al robusto volume Officina Einaudi, epistolario editoriale 1940-1950 (Einaudi, pagg. 452, euro 22) - seguita da un’esemplare nota al testo e note a pie’ pagina a cura di Silvia Savioli - ha tuttavia, a mio parere, il difetto di essere concentrata soprattutto su un aspetto della personalità di Cesare Pavese, che della costruzione ed espansione della gloriosa casa editrice torinese nel decennio cruciale ’40-50 è stato forse il perno e il motore essenziale: la sua quasi ascetica e instancabile dedizione al lavoro, in una sorta di filosofia dell’«essere e del fare» (definizione di Italo Calvino).
Essenziale è invece, io credo, ciò che sottende tale fecondissima operosità, e che probabilmente funziona da copertura o esorcismo di pulsioni angosciose suscitate in lui, ad esempio, dalla sua difficile sessualità, da una oscillazione politica mai risolta, e dalla fortissima e permanente insoddisfazione di lui, giudice severo di opere altrui, incompreso da «altri» che consideravano in sottordine la sua produzione poetica rispetto a quella di traduttore e di narratore.
Di questo suo tormento, vi sono testimonianze sparse dovunque in queste lettere, addirittura nella prima lettera (a Carlo Muscetta): «E scusa, Muscetta, ma io faccio il poeta e il novellista. Mi pare di sapere che delle mie poesie preferisci non parlare». Per il travagliato rapporto con l’eros, v’è una lettera in cui egli adduce, paradossalmente come motivo altamente “produttivo” l’essersi astenuto «per quattro anni dalle donne». Altro motivo d’inquietudine, e insieme sprone, la rivalità con la debordante personalità di Vittorini.
L’antiermetismo programmatico poi (il verso libero) insieme alla diffidenza per l’endecasillabo, costituivano l’altro versante polemico della poesia antilirica, piuttosto narrativa e descrittiva di Pavese, che in età ungarettiana e montaliana, non era certo congeniale con i suoi versi lunghi o brevi facendo di lui un poeta isolato e sottovalutato.
Anche la vicenda politica di Pavese, schivo e antipolitico per natura, è stata ondivaga, oscillante fra il disprezzo e l’infatuazione con l’insorgere, nel suo animo, di contrasti intellettuali e psicologici, sicuramente mal sopportati. Amico di intellettuali di Giustizia e libertà, li sorpassò a sinistra con l’inattesa iscrizione al Pci, ma schernendo nel contempo lo zdamovismo sovietico, e dichiarandosi - in una lettera a Giame Pintor del 1943 - «nauseato» dall’affaccendarsi politico che disturbava l’attività editoriale della sede romana. Si aggiunga a tutto ciò l’imbarazzante scoperta, nel suo Taccuino segreto, di cui alcune parti ripubblicate alla fine degli anni ’90, di un’inattesa apertura a ideali fascisti.


Insomma, è un peccato che sia nell’introduzione che nelle note di commento non si sia insistito - com’era necessario - sull’insondabile complicazione di un animo ricco, anche se dilaniato, qual era quello di Cesare Pavese.

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