Chi ha rubato la Gioconda? Pablo Picasso

Invenzione e realtà nel racconto-metafora di Scaraffia

Scrivere ancora sulla Gioconda? Impossibile. Assurdo. Eppure... «“Hanno rubato la Gioconda!”. A cominciare da quella telefonata, si era scatenato l’inferno...». Era il 22 agosto del 1911 e Giuseppe Scaraffia parte da quella telefonata per raccontare ancora una volta la vicenda del più celebre furto del Novecento (Sorridi, Gioconda! Mondadori, pagg. 263, euro 8,40). Ma al raffinato francesista non interessa la storia di Vincenzo Peruggia, l’imbianchino trentenne autore materiale del furto, bensì ricostruire, attraverso l’accavallarsi delle denunce, dei sospetti, delle ombre, il quadro di una irripetibile stagione parigina, quando tra Montmartre e Pigalle, tra la Closerie des Lilas e il Baterau-Lavoir s’incrociava una bizzarra popolazione di pittori e poeti, non ancora famosi, che trascorrevano il tempo tra i pennelli e l’assenzio, le modelle e l’hashish: si chiamavano Picasso, Apollinaire, Max Jacob, Modigliani, Chagall, Cocteau. E le loro amanti, da Fernande Olivier alla pittrice Marie Laurencin. E, lontano dal pulciaio di Montmartre, ma altrettanto fuori dalla norma, l’elegante inquilino della villa di Arcachon, Gabriele D’Annunzio. Anche dell’arresto di Apollinaire (poi rilasciato) e dei sospetti su Picasso (che aveva realmente trafugato dal Louvre due statuette fenicie) si sa ormai tutto, eppure Scaraffia lascia intendere che le cose non siano affatto andate come si pensa. E intreccia una storia gialla dove l’invenzione è più vera della verità. È stato veramente l’imbianchino italiano a fare tutto da solo? E che cos’è quel dipinto che Picasso si affanna segretamente a staccare dal suo supporto di legno di pioppo? E come mai nella Parigi occupata del 1942 lo stesso Picasso fa vedere per errore a un giovane capitano tedesco che si chiama, guarda caso, Ernst Jünger, una tela incompiuta al centro della quale spicca una bocca dal sorriso inconfondibile? E perché la nasconde subito con un colpo di pennello blu cobalto? Perché la storia raccontata da Scaraffia non è la storia di quadro rubato e restituito, è la metafora della grande frattura del Novecento. È la storia della rivolta ideale delle avanguardie che tentano di affrancarsi dal peso della tradizione e proclamano la morte dell’arte per far nascere l’arte nuova. Nella cella del carcere della Santé Apollinaire mormora: «Dobbiamo distruggere, perché ogni creazione è basata sulla distruzione». Ma poi la Gioconda tornò al Louvre e gli anni sono passati.

Nel «giallo d’arte» di Scaraffia, Picasso incontra nel 1966, davanti al Café de Flore, un giornalista di Paris-Presse e con aria falsamente contrita sospira: «Provo ancora vergogna per l’affare della Gioconda!». Ma il giornalista non capisce niente e annota. «Peccato che sia roba vecchia e non interessi più a nessuno».

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