Clown professionisti in ospedale per portare un sorriso ai bimbi malati

In Italia sono circa tremila i volontari che si travestono da pagliacci negli ospedali per alleviare le sofferenze dei piccoli pazienti. Ora due proposte di legge chiedono di istituire ufficialmente la figura dell'animatore di corsia pediatrica.

Sì ai clown in corsia ma che siano veri professionisti. Il medico Hunter "Patch" Adams, reso famoso dall'interpretazione dell'attore Robin Williams nell'omonimo film, ha fatto scuola e in moltissimi ospedali si è diffusa la clownterapia. Ovvero la cura del sorriso, destinata soprattutto ai piccoli pazienti costretti all'ospedalizzazione da gravi malattie. Una terapia che si è dimostrata efficace da molti punti di vista e nella quale credono molto sia il governo sia il parlamento italiano.
Sono addirittura due le proposte di legge sul tema, sostanzialmente analoghe, presentate al Senato da Dorina Bianchi (Pd) e alla Camera da Anna Teresa Formisano (Udc) allo scopo di istituire e promuovere la figura professionale dell'animatore di corsia ospedaliero. Il ddl a Montecitorio è stato assegnato in prima lettura alla commissione Affari sociali.
La proposta prevede che le regioni attivino appositi «corsi di formazione professionale, contribuendo così anche all'offerta di nuove opportunità di lavoro» in modo da convertire «in operatori professionisti tutti coloro che si sono avvicinati all'attività di umanizzazione degli ospedali proponendosi come volontari, mancando però di una preparazione specifica e di concrete possibilità di impiego». Una proposta che riguarda i circa 3.000 clown volontari che attualmente sono impegnati negli ospedali. Un centinaio invece sono regolarmente assunti e stipendiati. La terapia del sorrisò nata a metà degli anni Settanta da un'idea del medico statunitense Hunter Patch Adams, nel nostro Paese è applicata in undici strutture ospedaliere, da Milano a Bologna, a Padova, Firenze, Roma e Napoli.
«Le esperienze maturate, soprattutto all'estero, hanno dimostrato come il coinvolgimento dei degenti, con il supporto di professionisti appositamente preparati, in attività ludiche o culturali, oltre a migliorare la qualità della vita nel periodo di permanenza in ospedale, agevola il percorso riabilitativo e rende più sereno e stabile il rapporto dei pazienti con il luogo che li ospita econ il personale che li assiste», dice la Bianchi, prima firmataria del ddl presentato a Palazzo Madama.
Secondo una ricerca condotta dal New York Presbiterian Hospital grazie alla terapia del sorriso la degenza ospedaliera può essere ridotta del 50 per cento e l' uso degli anestetici del 20. Insomma la presenza costante dei clown e la loro capacità di far distrarre e divertire i bambini rende sicuramente meno pesante la loro degenza e a volte addirittura ne accelera la guarigione.
Anche il governo mostra di credere nella clownterapia. All'inizio di quest'anno infatti il dipartimento delle Pari opportunità di palazzo Chigi ha emesso un bando per 2 milioni di euro di finanziamenti al settore per progetti di clownterapia, il primo di questo tipo nel nostro Paese a carattere governativo.
La terapia del sorriso è nata negli States a metà degli anni Settanta per merito di Hunter Patch Adams. I primi clown che allora erano comunque anche medici cominciano a girare per gli ospedali newyorkesi all'inizio degli anni Ottanta. Nel 1986 Michael Christensen, clown professionista, fonda la Clown Care Unit che si preoccupa di portare un po' di allegria negli ospedali pediatrici. Sulla base di questo modello analoghe iniziative si sviluppano in Francia e in Svizzera nei primi anni Novanta. Verso la metà degli anni '90 la clownterapia approda anche in Italia e oggi conta decine di associazioni di volontariato.

Con il tempo l'impegno dei clown in camice bianco si è allagato anche a settori non strettamente sanitari: dalle case per anziani alle sale colloqui delle carceri; dai centri di accoglienza per minori alle missioni all'estero. Tutti volontari che presto potrebbero trasformare questa loro attività in una professione vera e propria.

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