La corsa alla leadership fa male alla Cdl

Diceva il vecchio Pietro Nenni nei suoi momenti migliori: «Politique d’abord». Cioè innanzitutto fare politica, non chiudersi nei recinti dei propri interessi particolari, difendere sì le proprie convinzioni, non rinnegare la propria cultura ma ascoltare tutti, scambiare idee con tutti, sforzarsi di capire le ragioni degli altri. Questa è politica sana e vera, alla quale non può e non deve sfuggire chi vuole governare i problemi di una comunità.
Stiamo vivendo una stagione politica di chiusure, arroccamenti, incomprensioni, incomunicabilità, di impolitica insomma, tutte condizioni che portano anche alla faziosità, al settarismo. Dove può portare tutto questo? Segni di irrazionalismo sono anche quei rigurgiti di antipolitica che purtroppo la cattiva politica ha scatenato in questi anni. Non sono certo segni di democrazia tutti quei rifiuti della politica di cui si nutrono settori dell’opinione pubblica.
Non c’è dubbio che ragioni ci siano perché l’opinione pubblica guardi alla politica con diffidenza e persino con disprezzo. Ve n’è testimonianza nella storia italiana degli ultimi vent’anni. Dopo circa un quarantennio di politica decente, e produttiva riconosciamolo, condotta da una classe dirigente non magistrale (l’eccezione irripetibile, superiore fu De Gasperi) ma dotata di tratti di saggezza, alla fine degli anni ’80 ci fu l’esplosione di crisi diverse e convergenti (morale, economica, istituzionale persino) che hanno sconvolto profondamente il Paese, tanto da far saltare quel rapporto di fiducia resistito per tanto tempo fra ceto politico e maggioranza degli elettori.
Ne nacque, come s’è visto, un vuoto di potere sul quale si gettò con iattanza, aiutata anche da spregiudicati fattori non politici, la «gioiosa macchina da guerra» dell’ex Pci, che fece scattare, quasi gesto disperato, la reazione di Berlusconi e dei ceti moderati, che gli si strinsero attorno e ne determinarono il successo nel 1994. Fu, si può dire, quasi un piccolo 18 aprile 1948, quando De Gasperi bloccò l’assalto del Fronte popolare al potere.
Il resto è storia risaputa: fuga della Lega, passaggio sconsiderato di parte consistente dell’ex Dc a sinistra, cinque anni di governo antiberlusconiano (proprio così: antiberlusconiano, perché non c’era molto di più nella strategia e nel programma del centrosinistra), poi fatalmente il ritorno di Berlusconi a Palazzo Chigi, né poteva essere diversamente, come si vide dai risultati elettorali del 2001.
Dal 2001 al 2006 sono stati cinque anni di governo ferocemente attaccato dalla sinistra, con incomprensioni anche di parte del ceto imprenditoriale. Tra non pochi problemi, qualche contraddizione e oscillazioni varie, il risultato è stato una vittoria sul filo di lana del centrosinistra (poche migliaia di voti alla Camera peraltro e non al Senato).
Andiamo finalmente al dunque. Nessun dubbio sul fatto che l’attuale governo sia in fase di declino inarrestabile. La sua maggioranza è sicuramente in netta minoranza nel Paese, schiacciata da una leadership ormai inattendibile.
Ma che cosa c’è sulla destra? Ci sono purtroppo divisioni e polemiche senza senso, fratricide. Si può costruire il futuro in simili condizioni? La situazione è paradossale: a un centrosinistra in agonia si contrappone un centrodestra che potrebbe fare fatica a essere maggioranza.
Vale altroché il motto nenniano d’altri tempi. Sì, politique d’abord, che vuol dire appunto, parlarsi, scambiarsi idee, confrontarsi, trovare accordi se possibile. Non lo dimentichino Berlusconi, Casini, Fini e Bossi. Messi come sono ora non andranno da nessuna parte. Con la polemica sulla leadership si logoreranno tutti e quattro.

Casini non s’illuda e Berlusconi prenda fermamente l’iniziativa per il ricompattamento dell’alleanza. Il rischio è che l’antipolitica dilagante finisca per seppellire anche la speranza che sia il centrodestra a trarre il Paese dagli impicci.

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