
I punti chiave
"Non ti piegare che mi istighi". E ancora: "Perché sei lesbica? Sei sprecata". Sono alcune frasi che il prof di arte di un liceo artistico di Torino avrebbe rivolto ad alcune studentesse durante le lezioni. Il 55enne è stato condannato in appello a un anno di reclusione (con sospensione condizionale) per violenza sessuale e molestie. A una delle allieve che lo hanno denunciato, otto ragazze di età compresa tra i 17 e i 18 anni, avrebbe infilato una matita e un fazzoletto tra le natiche.
Le frasi choc
Secondo il racconto fornito dalle ragazze in sede di denuncia, le molestie consistevano in commenti inappropriati e battute imbarazzanti. Dai verbali, scrive il Corriere della Sera, è emerso come il docente si rivolgesse alle allieve con frasi dal tenore ambiguo: "È tanta roba! Vogliamo arrivare insieme alla fine dell'anno? Se vogliamo farlo, vestiti in modo adeguato". A una studentessa avrebbe consigliato di "farsi una sc..." invece di "andare dallo psicologo". Inoltre aveva reguardito due alunne che si erano avvicinate durante la lezione dicendo loro di "non fare atti osceni in luogo pubblico", pur ammettendo che non gli sarebbe dispiaciuto guardare.
Gli sfioramenti
Tra gli episodi contestati al prof, oltre alle frasi con riferimenti a sfondo sessuale, vi sarebbero due in particolare che hanno turbato le studentesse. In un caso l'insegnante avrebbe sfiorato un'allieva con un pennello, salvo poi massaggiarle il viso. Ad un'altra ragazza, che aveva la pancia scoperta, avrebbe toccato l'ombelico. E infine, ad una allieva che si era leggermente chinata sul banco, avrebbe infilato una matita e un fazzoletto di carta tra le natiche.
La condanna e la versione del prof
In primo grado il docente era stato condannato a pagare un'ammenda di 400 euro per le presunte molestie e assolto invece per il reato di violenza sessuale. In appello la sentenza è stata in parte ribalta, dal momento che alcuni episodi sono stati riqualificati in violenza sessuale. Come il caso della studentessa il cui senso era stato paragonato alle mammelle di un cane. Motivo per il quale i giudici hanno inflitto all'imputato la pena a un anno di carcere (il pm ne aveva chiesti due).
Dal suo canto, il 55enne ha spiegato che il linguaggio provocatorio aveva un fine educativo: "Sono un insegnante, il mio compito è educare", sarebbero state le sue parole. Motivazioni che, alla luce dell'ultimo verdetto, evidentemente non sono state ritenute convincenti.
In ogni caso qui ci voleva semplicemente un dirigente scolastico che lo rimettesse a posto: che la cosa sia finita in tribunale è un sintomo del degrado sociale italiano: nessuno ha più né autorevolezza né autorità, ma tutti possono essere denunciati per qualsivoglia motivo. E poi ci si lagna che i tribunali sono intasati.
Non tutti fanno i concorsi che fra l'altro , non verificano affatto le capacità psico attitudininali dei candidati.
Insomma, il classico posto pubblico.