"Saluti, al prossimo omicidio". La firma del "mostro" sui bimbi morti

Tra il 1992 e il 1993, due bambini di 4 e 13 anni vennero uccisi nella zona di Foligno.

"Saluti, al prossimo omicidio". La firma del "mostro" sui bimbi morti

Due bambini uccisi, un messaggio che annuncia morte e una firma che fa tremare i polsi: "il mostro". Tra il 1992 e il 1993 Foligno venne sconvolta dalle barbarie di Luigi Chiatti, il giovane che ammazzò Simone Allegretti, 4 anni, e Lorenzo Paolucci, 13. Venne catturato dopo il secondo omicidio e condannato a 30 anni di carcere, perché riconosciuto seminfermo di mente. Ora è in custodia in una Rems, ma i giudici e gli psicologi lo considerano ancora "socialmente pericoloso".

La scomparsa di Simone

Quella domenica si festeggiava san Francesco, un santo particolarmente caro a Foligno e, in generale, a tutta l'Umbria. Era il 4 ottobre del 1992. Il piccolo Simone Allegretti, figlio del benzinaio, stava giocando con la bicicletta vicino a un albero di noce nella campagna accanto a casa sua, a Maceratola. Dalla casa si percepiva la sua presenza. Poi, a un tratto, il silenzio. Simone era sparito. Immediate le ricerche, con decine di poliziotti, vigili del fuoco e carabinieri che, aiutati da due elicotteri e dalle unità cinofile, setacciarono la zona. Di Simone però nessuna traccia.

Come riportò l'Unità al tempo, vicino all'abitazione degli Allegretti vennero ritrovati abbandonati "la bicicletta del bambino, il sacchetto delle noci che aveva raccolto e le pantofole della nonna che Simone amava calzare". Per gli inquirenti tutte le piste potevano essere valide, dal rapimento alla disgrazia. La famiglia invece escluse subito la possibilità che Simone si fosse avventurato da solo verso il fiume, perché in grado di riconoscere i pericoli della campagna, e che fosse stato rapito a scopo di estorsione. L'ipotesi più probabile fin da subito fu quella di un rapimento da parte di sconosciuti, senza però l'intenzione di chiedere un riscatto.

Simone Allegretti

Ma chi poteva aver portato via Simone? La risposta arrivò un paio di giorni dopo, quando nella cabina telefonica di fronte alla stazione venne ritrovato un biglietto: "Aiuto! Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentito ora anche se non mi fermerò qui", lessero gli inquirenti sul foglio bianco lasciato sotto al telefono. L'autore del messaggio, riportato da Misteri d'Italia, ammetteva di aver rapito e ucciso Simone Allegretti e indicò il luogo nel quale gli inquirenti avrebbero potuto trovare il corpo: "Si trova vicino alla strada che collega Casale (fraz. di Foligno) e Scopoli. È nudo e non ha l'orologio con cinturino nero e quadrante bianco". Sotto l'autore aveva aggiunto anche un post-scriptum: "Non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti". Ma le parole più agghiaccianti spiccavano nero su bianco in fondo alla pagina: "Saluti, al prossimo omicidio".

Gli inquirenti si recarono sul posto indicato nel biglietto, per verificare quanto scritto e lì, con il viso seminascosto dalle foglie, venne trovato il corpicino nudo di Simone. Poco lontano vennero individuati anche i suoi vestitini. L'autopsia, come riportò l'Unità, accertò che Simone venne ucciso con alcuni colpi alla gola, effettuati con "un punteruolo oppure un cacciavite".

Il "mostro" a Foligno

Il messaggio che aveva indicato il luogo in cui trovare il cadavere di Simone recava una firma agghiacciante: "Il mostro". Così, a Foligno, si diffuse la paura. Nel frattempo, gli inquirenti si misero sulle tracce dell'assassino. Un poliziotto propose di mettere una telecamera fissa sulla tomba del piccolo Simone: il mostro poteva essere rimasto legato alla sua vittima e tornare a fargli visita. Ma il team chiamato per risolvere la vicenda optò per l'istituzione di un numero verde, con l'intenzione di aprire un canale di comunicazione con l'omicida.

E il 13 ottobre, alle 14.37, una telefonata insospettì le forze dell'ordine: "Sono Stefano - diceva qualcuno all'altro capo del filo - sono io quello che cercate". Il giorno dopo, lo stesso uomo richiamò e fornì un dettaglio che fece gelare il sangue agli uomini che indagavano sul caso: Stefano sostenne di aver provocato a Simone una bruciatura di sigaretta dietro l'orecchio sinistro e, guardando le foto del corpo del piccolo, si scoprì un'abrasione tondeggiante proprio in quel punto. Poi, il 17 ottobre, l'uomo richiamò e la polizia riuscì a rintracciare la telefonata: proveniva da un'agenzia immobiliare di Melzo, vicino a Milano. Lì ci lavorava un certo Stefano. La sera stessa gli inquirenti lo fermarono. L'uomo si autoaccusò dell'omicidio e confessò di essere il mostro. Ma le contraddizioni nei suoi racconti erano diverse e, in più, alcuni testimoni affermarono di aver trascorso con lui la giornata.

A scagionarlo del tutto ci pensò il vero mostro che, giovedì 22 ottobre, lasciò un altro biglietto, ritrovato nella cabina telefonica del piccolo aeroporto di Foligno. "Aiuto non riesco a fermarmi - lessero gli inquirenti - L'omicidio di Simone è stato un omicidio perfetto [...] analizziamo i fatti: 1) io sono ancora libero; 2) avete in mano un ragazzo che non ha nulla a che fare con l'omicidio; 3) non avete la mia voce registrata perché non ho effettuato nessuna telefonata. Quindi chi dice che ho telefonato al numero verde sbaglia; 4) le telecamere non mi hanno inquadrato durante il funerale, perché non ci sono andato". E aggiunge: "Siete fuori strada". Stefano allora non è il mostro che Foligno cerca da settimane. A quel punto l'uomo che si era autoaccusato dell'omicidio crollò e ammise di essersi inventato tutto.

Un altro omicidio

Il messaggio lasciato dal mostro, oltre a scagionare Stefano, aggiungeva un'informazione inquietante. "Vi consiglio di sbrigarvi evitando altre figuracce - lessero le forze dell'ordine sul foglio - Non poltrite. Muovetevi [...] perché vi ho scritto di sbrigarvi? Perché ho deciso di colpire di nuovo la prossima settimana". Così il mostro annunciò il suo prossimo omicidio. La settimana dopo però non successe nulla. Ma l'8 aprile del 1993, la madre di Simone si accorse che la foto sulla tomba del figlio era scomparsa: l'uomo lo aveva ucciso era tornato, come ipotizzato dal poliziotto, ma non c'era nessuna telecamera a riprenderlo.

Poi il 7 agosto del 1993 l'incubo tornò. Erano le 10 del mattino quando Lorenzo Paolucci, 13 anni, uscì dalla casa di Casale in sella alla bicicletta. Disse al nonno che avrebbe fatto un giro, ma sarebbe tornato per l'ora di pranzo. Ma, passate le 12, di Lorenzo non c'era ancora nessuna traccia e i familiari diedero l'allarme.

Lorenzo Paolucci

In un attimo la mente corse al 4 ottobre precedente, quando Simone scomparve. Immediate le ricerche alle quali parteciparono squadre cinofile, agenti di polizia e abitanti della zona. Poi, nel bosco sopra il paese, la triste scoperta: il corpo di Lorenzo giaceva a terra, con "il viso coperto di sangue e un'orrenda ferita alla testa", secondo quanto scrisse l'Unità. Il mostro aveva prestato fede alle sue parole e aveva colpito di nuovo.

Questa volta però qualche traccia la aveva lasciata: dal cadavere del piccolo infatti partiva una scia del terreno (forse dovuta al trascinamento del corpo) lungo la quale vi erano anche alcune tracce di sangue e un orologino. Seguendola, gli inquirenti vennero condotti fino alla casa delle vacanze di un medico di Foligno. In quei giorni nell'abitazione era presente il figlio 24enne, Luigi Chiatti. Luigi, nato come Antonio Rossi, era stato adottato dal medico e dalla moglie quando aveva 6 anni e gli era stato cambiato il nome. Fino a quel momento il bambino aveva vissuto in un orfanotrofio.

Quando la polizia raggiunse la casa di Chiatti si accorse che il pavimento del salone era stato lavato da poco. "In serata, un fermo - scrisse l'Unità - un ragazzo di venti anni, forse figlio di un medico o di un farmacista. Di lui non si sa ancora niente. Salvo il fatto che lo stanno interrogando da ore". Ma Luigi Chiatti continuava a negare. Uun testimone riferì di aver visto aver visto un uomo buttare due sacchi in alcuni cassonetti: dentro, gli inquirenti trovarono abiti insanguinati e la foto della tomba di Simone. Il testimone riconobbe Chiatti come la persona che aveva buttato i sacchi. A quel punto Luigi crollò.

La confessione

Luigi Chiatti confessò di essere il mostro di Foligno e di aver ucciso sia Simone che Lorenzo. "Quando ho ucciso Simone vivevo ormai da un pezzo in solitudine e questo aveva fatto crescere dentro di me la necessità di una compagnia", riferì l'uomo nel corso degli interrogatori, riportati da Misteri d'Italia. Quella domenica, ricordò Chiatti, "mi sono ritrovato solo in casa. I miei genitori erano in gita. Mi è venuta voglia, di nuovo, di cercare bambini. Sono uscito con la Y10 e ho battuto la strada tra Bevagna, Budino e dintorni e mi ero quasi stancato quando mi sono trovato a percorrere la strada Foligno-Maceratola. A un certo punto, ho visto un bambino che se ne stava sotto un albero, al quale era appoggiata una bicicletta".

Quel bambino era Simone. "Gli ho domandato, con calma e senza insistere, di avvicinarsi", continuò Chiatti, che disse poi di averlo portato a casa sua e di averlo fatto entrare in camera. "Ho chiuso la porta, ma non a chiave. Ma Simone mi ha chiesto di riportarlo a casa". Il mostro non raccolse la preghiera del piccolo e gli fece togliere i vestiti. Il bimbo iniziò a piangere e a chiamare la mamma: "Mi preoccupavo che i vicini sentissero e così ho avuto l'impulso di fermarlo e non so perché l'ho fatto mettendogli una mano sulla gola, comprimendola in modo da farlo respirare ancora, ma da impedirgli di piangere [...] Mi è parso che l'unica strada fosse ucciderlo e ritenevo seriamente che quella fosse la miglior soluzione anche per lui".

Luigi Chiatti ammise anche di essere l'assassino di Lorenzo: "La mattina di sabato 7 agosto mi sono alzato presto, verso le 6, come per altro mio solito, sono rimasto in casa a riordinare e a guardare la tv fin verso le 10.30, ora in cui Lorenzo mi ha chiamato dalla finestra. L'ho fatto entrare e ci siamo messi a parlare: ricordo che mi ha detto che da grande voleva fare il manager. Avremo discusso 7-8 minuti, poi gli ho proposto di giocare a carte, come avevamo fatto altre volte nella sala giochi del paese". Poi, durante il gioco, l'omicidio: "In un lampo, ho preso la decisione di colpirlo - raccontò Chiatti -Mi sono voltato, ruotando verso la mia destra e afferrando sul mobile una specie di forchettone infilato in un fodero di legno. Mi sono rivoltato mentre lui mi dava ancora le spalle, gli ho messo la mano sinistra sulla bocca e, con la destra, l'ho colpito da dietro, sul collo".

Nel corso degli interrogatori prima e del processo poi, l'uomo rivelò anche un agghiacciante progetto: "Già prima dell'omicidio di Simone - spiegò - avevo maturato l'idea di scappare di casa e di rapire due bambini molto piccoli, un anno o poco più. Li avrei tenuti con me per la durata di sette anni". Per questo Chiatti comprò diversi abiti da bambino e cercò di individuare un luogo isolato dove attuare il suo piano. Il mostro di Foligno era stato smascherato.

La condanna

Il 1 dicembre 1994 iniziò il processo a carico di Luigi Chiatti. Durante le udienze l'uomo ripetè in aula quello che aveva dichiarato nel corso degli interrogatori, descrivendo gli omicidi di Simone e Lorenzo. Il 28 dicembre 1994 la Corte d'Assise di Perugia dichiarò "Chiatti Luigi colpevole dei reati di omicidio, sequestro, occultamento di cadavere in danno di Simone Allegretti" e lo condannò "alla pena dell'ergastolo". Inoltre la Corte dichiarò l'uomo "colpevole dei delitti di omicidio e occultamento di cadavere in danno di Lorenzo Paolucci" e condannò Chiatti a un altro ergastolo.

Nel 1996 iniziò il processo d'appello, durante il quale gli avvocati della difesa invocarono l'infermità mentale. Per questo venne effettuata una perizia psichiatrica, secondo cui Chiatti era affetto da pedofilia con sadismo sessuale, un disturbo della personalità che però non limita la capacità di intendere e di volere. Al "mostro" venne quindi riconosciuta la seminfermità mentale e nell'aprile del 1996 la Corte d'Assise d'Appello di Perugia riformò la sentenza di primo grado, riducendo la pena a 30 anni di reclusione più almeno tre anni di ricovero in una struttura psichiatrica. Non solo. Come specificò l'Unità, la Corte non accolse nemmeno "la richiesta del riconoscimento della premeditazione del secondo delitto, quello di Lorenzo Paolucci" e respinse "la richiesta delle aggravanti (delitto per motivi abbietti, sevizie e crudeltà)", concedendo invece le attenuanti.

Il 4 marzo 1997 la Cassazione confermò la sentenza di appello. "Con ampia e circostanziata motivazione la Corte di Assise di Appello di Perugia ha rilevato che la personalità di Luigi Chiatti è caratterizzata da un disturbo rilevante del tipo narcisista iper-vigile, con pedofilia e con tratti sadici, schizzoidi, paranoidi, ossessivi", scrisse la Cassazione nelle motivazioni, secondo quanto riportato da Misteri d'Italia, ritenendo che il disturbo rientrasse in "una vera e propria infermità psichica idonea a pregiudicare in maniera rilevante, anche se non completamente, il comportamento dell’imputato".

Nel 2015, come riportò ilGiornale.it, il mostro di Foligno uscì dal carcere, beneficiando dell'indulto nel 2006, ma non tornò libero. Come stabilito dalla sentenza infatti, l'uomo venne trasferito in una Rems, Residenze per l'esecuzione di misure di sicurezza, dove rimase tre anni. Scaduti i termini, nel 2018 Luigi Chiatti venne considerato ancora "socialmente pericoloso" dal tribunale di sorveglianza e la sua custodia nella Rems venne prorogata di due anni.

Nei primi mesi del 2021, Chiatti venne sottoposto a un altro esame, ma anche il questo caso il tribunale ritenne l'uomo pericoloso. Lo aveva detto lui stesso: "Se dovessi uscire, ho paura di rifarlo", aveva detto il "mostro di Foligno".

Commenti
Disclaimer
I commenti saranno accettati:
  • dal lunedì al venerdì dalle ore 10:00 alle ore 20:00
  • sabato, domenica e festivi dalle ore 10:00 alle ore 18:00.
Accedi
ilGiornale.it Logo Ricarica