Tre indizi fanno una prova

Per capire in che mani sia la giustizia in questo Paese vale la pena di riportare tre recenti casi di cronaca che coinvolgono alcune delle star della magistratura.

Tre indizi fanno una prova

Per capire in che mani sia la giustizia in questo Paese vale la pena di riportare tre recenti casi di cronaca che coinvolgono alcune delle star della magistratura. Il primo riguarda Nicola Gratteri, procuratore di Catanzaro, già ministro della Giustizia in pectore del governo Renzi, famoso per le sue retate antimafia dagli incerti esisti processuali, che, nei giorni scorsi come ha raccontato ieri Il Foglio , ha scritto la prefazione a un libro sul Covid di Pasquale Bacco e Angelo Giorgianni. E fin qui nulla di male, se non fosse che i due autori il primo medico (?), il secondo magistrato presidente di commissione tributaria sostengono apertamente tesi complottiste e negazioniste. I vaccini è la sintesi del libro sponsorizzato da Gratteri sul cui equilibrio in questo caso qualche dubbio l'avrei sono «acqua di fogna e trasformeranno gli uomini in Ogm».

Il secondo magistrato vip è Raffaele Cantone, procuratore di Perugia con giurisdizione sui reati commessi dai colleghi romani. Interrogato dal Csm sul caso Palamara, Cantone ha sostenuto che la famigerata microspia inserita nel telefonino di Palamara non era stata attivata negli incontri con il potente e intoccabile allora procuratore di Roma Giuseppe Pignatone perché «essendo presenti le mogli, era da escludere che i due parlassero di cose d'ufficio», tesi strampalata, giuridicamente debole e comunque cortesia usata solo nei confronti del procuratore di Roma, non ai comuni mortali che finiscono sotto inchiesta.

Il terzo caso riguarda Antonio Esposito, il giudice della discussa sentenza che nel 2013 ha condannato in via definitiva Silvio Berlusconi per evasione fiscale. Sentenza «discussa» anche da Amedeo Franco, uno dei giudici che parteciparono alla camera di consiglio, che in un audio reso noto nel giugno 2020 ha parlato di «forti pressioni per condannare Berlusconi» e della corte come di «un plotone di esecuzione».

Bene, l'attuale procuratore di Roma, Michele Prestipino (di cui racconta Palamara nel libro Il Sistema e la cui nomina è ancora oggi contestata dal Tar), si è mosso in prima persona, cosa assai rara, e a tempo record (soli sei mesi, funzionasse sempre così la giustizia) ha chiesto il rinvio a giudizio per quindici tra giornalisti (me compreso, e poi Feltri e Porro), deputati e senatori (tra cui la capogruppo di Forza Italia Anna Maria Bernini e il sottosegretario Giorgio Mulè) che hanno osato commentare le inquietanti rivelazioni di Franco sulla trasparenza di quella sentenza.

Che cosa lega il filo-negazionismo di Gratteri al buonismo di Cantone e all'attivismo di Prestipino? Il senso di giustizia? Io una risposta l'avrei, ma con l'aria che tira la tengo per me. Meglio Pasqua a piede libero.

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