Uomini, nomine: lo spoils system e la democrazia

Ci risiamo. Si apre la stagione delle nomine e sulla bocca dell'opposizione di turno riecheggiano espressioni lessicali come "poltronificio".

Uomini, nomine: lo spoils system e la democrazia

Ci risiamo. Si apre la stagione delle nomine e sulla bocca dell'opposizione di turno riecheggiano espressioni lessicali come «poltronificio», «sete di potere», «maggioranza pigliatutto». Se si torna però indietro negli anni, ci vuole poco a scoprire che la sinistra, nelle sue molteplici versioni, quando era al governo agiva allo stesso modo.

Forse, visto che la premier si appresta ad affrontare il capitolo delle riforme istituzionali, sarebbe opportuno, per evitare le tradizionali polemiche che accompagnano le diverse stagioni della politica, approvare una legge che regoli lo «spoils system». Del tema, che è alquanto rilevante in una democrazia, si occupa in termini generici una legge del 1998 e un parere del Consiglio di Stato dello scorso anno. Nei fatti, tutto è lasciato al caso. Proprio per questo, un meccanismo chiaro eviterebbe interventi legislativi da azzeccagarbugli per cambiare, che so, il governo della Rai o altro. Cioè per fare esattamente quello che hanno fatto tutti i governi della Repubblica.

Il dato da cui bisognerebbe partire è che non esistono uomini per tutte le stagioni, specie in determinati ruoli che richiedono non solo una condivisione delle politiche di un governo ma addirittura anche la capacità di attuarle. Il commissariamento dell'Inps, che ha fatto gridare allo scandalo le opposizioni, ne è un esempio eclatante. La decisione è arrivata dopo che l'esecutivo di centrodestra ha approvato una serie di riforme sul lavoro che aboliscono due totem dei governi grillini: il reddito di cittadinanza e il decreto dignità. Quelli che permisero a Giggino Di Maio di annunciare dal balcone di Palazzo Chigi la fine della povertà. Per la loro applicazione - o solo per riconoscenza - Giuseppe Conte nominò all'epoca al vertice dell'Inps il padre delle due riforme, l'economista Pasquale Tridico.

Ora, uno può dire ciò che vuole, le opposizioni e la Cgil possono anche starnazzare come le oche del Campidoglio maledicendo la lottizzazione, ma se è rimasto un pizzico di onestà intellettuale in giro, non si può pretendere che il governo Meloni affidi la gestione, sia pure indiretta, delle sue politiche del lavoro a un personaggio che non le condivide per nulla, che ha una visione totalmente agli antipodi su quei temi. Sarebbe una mezza follia. Mancherebbe non solo il rapporto di fiducia, ma anche un minimo di coerenza culturale. È palese, senza voler togliere nulla alle qualità del professor Tridico.

Questa ovvietà sfugge sia ai 5stelle, sia al Pd, sia alla Cgil che, nel loro processo di radicalizzazione, tornano ad utilizzare tutto l'armamentario di un tempo. Sfugge ora. Quando però la Schlein e Conte torneranno al governo, sicuramente non si faranno scrupoli, nomineranno un loro uomo all'Inps e disegneranno la loro Rai.

Il punto è che non dovrebbero essere nomine figlie di una «mancanza di scrupoli», secondo la narrazione di oggi della sinistra, ma procedure riconosciute da tutti, che assegnano al governo e alla sua maggioranza il diritto di scegliere i propri uomini di fiducia. In fondo è l'essenza della democrazia.

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