Le granate, l'occhio dilaniato, la morte. La guerra raccontata da Marie Colvin

La storia della reporter uccisa in un bombardamento durante l'assedio di Homs, in Siria, nel 2012. Dalla benda sull'occhio alla corte di Gheddafi, così Marie Colvin è diventata una leggenda

Le granate, l'occhio dilaniato, la morte. La guerra raccontata da Marie Colvin

Sono passati dieci anni dal bombardamento sul quartiere sunnita di Baba Amr, a Homs, in cui perse la vita Marie Colvin. La reporter di guerra del Sunday Times era l’unica giornalista britannica ad essere riuscita ad entrare nella roccaforte dei ribelli bersagliata dalle truppe lealiste. Dal media center ricavato dagli oppositori di Assad in un appartamento di un edificio diroccato scriveva i suoi pezzi e si collegava con la Bbc, la Cnn, Channel 4. Quei "quattordici razzi caduti in trenta secondi" nel durissimo assedio governativo, avevano impressionato anche lei che da vent’anni era testimone dei più pericolosi conflitti sul pianeta, dall’Iraq, alla Libia, dal Kosovo alla Cecenia, dal Sud Est Asiatico all’Afghanistan.

"Oggi ho visto un bambino piccolo morire, è stato orribile, un bimbo di due anni, una scheggia gli ha trapassato il torace sinistro e il dottore ha detto che non poteva fare nulla", raccontava alla Bbc qualche giorno prima di perdere la vita lei stessa in un esplosione, assieme al giovane fotografo francese Rémi Ochlik. Quello che Marie cercava nelle guerre erano le storie. Voleva che il mondo conoscesse la sofferenza di donne, bambini, anziani, sfollati, diseredati. Voleva essere la loro voce. Le storie e le immagini le entravano dentro a tal punto da accompagnarla nelle notti londinesi annaffiate da decine di drink e incensate dal fumo delle sigarette accese una dopo l’altra. Le comparivano in sogno dopo le feste glamour a cui partecipava nei momenti di pausa tra un viaggio e l’altro e la perseguitavano fino a trasformarsi in una diagnosi: disturbo da stress post-traumatico.

Ma alla fine decideva sempre di tornare sul campo. Neppure l’esplosione della granata che nel 2002 le dilaniò l’occhio sinistro durante un attacco delle truppe governative in Sri Lanka, dove si trovava per intervistare il leader delle Tigri Tamil riuscì a fermarla. Quella benda nera sull’occhio divenne il suo tratto distintivo. L’emblema del suo coraggio. L’articolo sulla crisi umanitaria nel Paese dettato dal letto di ospedale contribuì a tratteggiarne la leggenda. Paul Conroy, il fotoreporter britannico che la accompagnò nella sua ultima avventura, quella siriana, disse al Corriere della Sera che ciò che la spingeva ogni volta ad andare al fronte era soprattutto "la profonda indignazione morale di fronte alle sofferenze dei civili che vengono inevitabilmente coinvolti in tutti i sanguinosi conflitti del pianeta". Lui e Marie si erano conosciuti una decina di anni prima a Qamishlo, al confine tra Siria e Iraq. E avevano lavorato insieme lì, in Libia e, infine, ad Homs.

Marie era nata negli Stati Uniti ad Oyster Bay. Ma la passione per il giornalismo la portò a trasferirsi prima a Washington e poi a Parigi dove la United Press International, l’agenzia d’informazione statunitense con cui iniziò la sua carriera, la nominò direttrice del proprio ufficio. Nel 1986 entra a far parte del team di corrispondenti esteri del Sunday Times. Voleva raccontare la guerra come Martha Gellhorn e dimostrare come aveva fatto lei che il coraggio non è una prerogativa soltanto maschile. Marie si spinge in luoghi "dove i suoi autisti vomitavano per la paura", ricorda la scrittrice Marie Brenner in un lungo articolo su Vanity Fair che ispirerà il film con Rosamunde Pike dedicato alla vita della reporter, A private war. Una guerra privata la sua, combattuta tra la passione per il lavoro, la tentazione di avere una vita tranquilla e il sogno di diventare madre. Un sogno che non si realizzerà mai.

Marie si sposa due volte, prima con il collega Patrick Bishop, poi, dopo la fine di una relazione segnata dai tradimenti, con un altro giornalista, Juan Carlos Gumucio, che morirà suicida. "Sto congelando nel mio tugurio senza finestre, ma ho pensato semplicemente che non potevo raccontare questa nuova Sebrenica dalla periferia", è il testo dell’ultima mail che scriverà al compagno, l’imprenditore Richard Flaye, la sera prima di morire. "Starò un'altra settimana qui, e poi andrò via. Ogni giorno è un orrore. Ti penso sempre e mi manchi", scriveva Marie. Marie che gli amici descrivono come "glamour e spericolata", "bella e coraggiosa". La giornalista che si spingeva fino alle prime linee dei combattimenti con l’intimo di La Perla e la giacca di Prada, lo smalto rosso e le perle dono di Yasser Arafat. Il suo fascino stregò anche il Rais libico Muammar Gheddafi, che intervistò due volte e che la corteggiò a lungo, senza successo.

Alta, slanciata, elegante, ironica, sapeva essere femminile anche nei contesti più duri. Nell’ultima parte della sua vita si è divisa tra le lunghe crociere in barca a vela con Richard e le corrispondenze dai Paesi in rivolta per le primavere arabe. Luoghi di sofferenza che "aveva a cuore", tanto da mettere da parte tutto, compresa la paura, per guardare il male dritto negli occhi e poi trasformarlo in parole che potessero spingere i lettori a provare la sua stessa empatia per le vittime, per il dolore delle madri e delle vedove, per i bambini affamati, per gli anziani soli, per i feriti. Chi conosceva bene Marie Colvin non ha dubbi su dove sarebbe stata oggi se il palazzo del media center di Baba Amr non fosse stato centrato dai colpi di artiglieria.

Probabilmente nelle trincee gelide del Donbass, a Mariupol o alla periferia di Kiev, a raccontare le conseguenze terribili della guerra sulla gente comune. "Il mio lavoro – diceva – è quello di testimoniare". Per quello i suoi ricci biondi si sono spinti dove nessuno avrebbe mai voluto essere, senza mai girarsi dall'altra parte.

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