«Ho vissuto con un Santo», il libro dell'exsegretario di Karol Wojtyla

In una conversazione con il vaticanista Gianfranco Svidercoschi ( Rizzoli)Stanislao Dziwisz racconta 40 anni di comune cammino

«Ho vissuto accanto a un santo. O almeno, per quasi quarant'anni, ogni giorno, ho visto da vicino la santità come ho sempre pensato che dovesse essere». Da quell'aprile 2005 in cui don Stanislao Dziwisz depose sul viso di Karol Wojtyla un velo di seta bianca prima che la bara di cipresso fosse chiusa, sono passati quasi 9 anni.
Ora che il beato Giovanni Paolo II è molto vicino a conquistare l'aureola, il fedele segretario ripercorre le tappe più significative della vita straordinaria di un Papa «nuovo», «diverso» da tutti gli altri. Un Papa di cui ha visto da vicino la «santità ordinaria», «quotidiana», quella della passione perchè «la Chiesa tornasse ad essere una famiglia» e, negli anni, la santità «segnata costantemente dalla croce».
Lo fa in un libro-conversazione con il decano dei vaticanisti Gian Franco Svidercoschi, pubblicato da Rizzoli con il titolo: «Ho vissuto con un Santo».
Per Dziwisz tutto iniziò l'8 ottobre 1966, quando l'arcivescovo di Cracovia Wojtyla chiese al giovane sacerdote polacco di diventare il suo segretario privato: «Verrai da me. Qui potrai proseguire gli studi e mi aiuterai». Stanislao lo seguì dal servizio pastorale di giovane vescovo fino all'elezione a Pontefice nel 1978, quando lo confermò al suo fianco. Visse accanto a Giovanni Paolo II i momenti «politici» del sostegno a Solidarnosc e quelli drammatici dell'attentato del 1981, quelli interreligiosi della prima Giornata di preghiera per la pace ad Assisi e quelli espocali del Giubileo del Duemila, fino a quelli della lunga malattia e della sofferenza elevata a purificazione.
Don Stanislao organizzava gli appuntamenti quotidiani del Papa e raccoglieva le sue confidenze, conosceva i suoi pensieri e le sue preoccupazioni. Oggi, che quel «Santo subito!» invocato dalla folla a piazza San Pietro e nel mondo al momento della sua morte si sta realizzando, ha deciso di dare la sua testimonianza.
A convincerlo è stato Svidercoschi, già vicedirettore dell'«Osservatore romano», che lo ha spinto a ricordare ogni cosa, a ricostruire e rielaborare, a superare il buio che gli era calato nel cuore dopo la partenza del suo maestro. «Forse - spiega il giornalista nella prefazione-, adesso, dopo che il tempo ha fatto decantare passioni, giudizi e pregiudizi, si potrà comprendere meglio sia il Papa che ha cambiato la storia della Chiesa e del mondo, sia Karol Wojtyla in una dimensione più umana, più privata, più personale».
Dal ritratto emergono le analogie tra Giovanni Paolo II e Francesco. «Fin dall'inizio- spiega Dziwisz-, Karol Wojtyla fu un Papa diverso. Diverso perché era il primo Pontefice non italiano, dopo quasi cinquecento anni. E già questo, per molti, rappresentò una novità addirittura traumatica. Fu un Papa diverso anche per il modo in cui interpretò il ruolo di Pietro. Un modo nuovo, ma che si rifaceva a quanto aveva affermato il Concilio Vaticano II, nella costituzione Lumen gentium, recuperando il principio della collegialità episcopale. Non solo, si richiamava anche al primo millennio della comunità cristiana, quando la chiesa di Roma, unita attorno al suo vescovo, presiedeva nella carità tutte le altre chiese locali".
Ed ecco la prima, forte analogia con Francesco. Presentando il libro, la sottolinea anche il cardinale Camillo Ruini: «Personalmente, sono colpito dalla somiglianza che riscontro tra Giovanni Paolo II e Papa Francesco nel sentirsi anzitutto vescovo di Roma e nel vivere intensamente e quotidianamente questo ministero».
Quella del Papa polacco era vera leadership e Dziwisz, attuale arcivescovo di Cracovia creato cardinale da Benedetto XVI, spiega che «più che il capo gerarchico di una chiesa, si sentiva un pastore, un vescovo. A lui interessava annunciare la Buona Novella, promuovere una nuova mobilitazione spirituale del mondo cattolico».
Due Papi che hanno vissuto in prima persona il rapporto con l'ideologia comunista. Uno nell'Est, l'altro in America Latina.
In un'intervista l'argentino Francesco ha recentemente risposto alle accuse degli ultra-conservatori americani, che lo hanno definito un Papa «marxista», dicendo: «L'ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso».
Parole che richiamano quelle del Papa polacco, che combattè il comunismo e contribuì alla caduta del Muro. Parole diverse e al tempo stesso simili.
In un interessante capitolo del libro, a proposito della Teologia della liberazione, Dziwisz scrive che «contrariamente a molti commenti di allora, il Papa non condannò affatto la teologia della liberazione. Ne denunciò - e non avrebbe potuto fare altrimenti - le degenerazioni, i gravi equivoci. Il marxismo, sostenitore della lotta di classe, di una rivoluzione violenta, non poteva certo venire adottato come soluzione per i mali dell'America latina. Oltrettutto, c'era il pericolo molto realistico che la medicina potesse dimostrarsi più dannosa della malattia stessa».
E sulla strategia della Santa Sede nei primi anni di Pontificato, la nuova Ostpolitik inaugurata dopo gli anni di Paolo VI, l'arcivescovo di Cracovia spiega: «Il Santo Padre aveva fiducia nel cardinale Agostino Casaroli (Segretario di stato dal 1979 al 1990) e nella Segreteria di Stato, tuttavia non ne condivideva la politica verso l'Est. Lui conosceva bene il comunismo dal di dentro, e aveva sperimentato personalmente i mali di cui era capace. Perciò, riteneva fosse necessario un radicale cambiamento di linea. Chiese che, in ogni eventuale futuro accordo con i paesi comunisti, la Santa Sede esigesse il rispetto dei diritti fondamentali propri della persona umana: diritto alla libertà di parola e di idee, diritto alla libertà di coscienza, diritto a un maggiore e più adeguato spazio per il culto divino".
Il libro si chiude con un capitolo intitolato «Karol raccontato dai bambini», in cui vengono raccontati tanti episodi e piccoli gesti importanti per capire questo Papa.


Perchè, per il cardinale Dziwisz,sono stati i bambini a obbligare Wojtyla «ad aprire il suo cuore, e quindi a far conoscere il segreto della sua fede profonda, della sua vita dedicata completamente alla contemplazione di Dio e all'impegno per l'uomo, insomma, il segreto della sua santità». Quella che sta per essere solennemente proclamata.

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