Il lavoro frena il rally dei tassi Usa

Disoccupazione in lieve crescita in agosto. Ora la Fed può rallentare gli aumenti

Il lavoro frena il rally dei tassi Usa

Non troppo caldo, non troppo freddo. L'ultimo rapporto sul mercato del lavoro Usa è un po' come i tarocchi: ci puoi leggere un po' quel che ti pare. Wall Street ha scelto di darne un'interpretazione benevola: questi numeri non sono così forti da incarognire ulteriormente la Federal Reserve sul versante dei tassi. E' una chiave di lettura che ieri ha innescato quello che i trader hanno definito un rally di sollievo, alimentato da acquisti che fin dall'apertura hanno fatto scattare in avanti di 300 punti il Dow Jones (+0,8% a un'ora dalla chiusura) e contributo a consolidare i guadagni nelle Borse europee (+2,9% Milano, +2% lo Stoxx600) legati alla discesa dei prezzi del gas.

La reazione dei mercati è verosimilmente eccessiva, ma non del tutto priva di fondamento. I numeri raccontano infatti che in agosto sono stati creati 315mila nuovi posti, un soffio al di sotto della stima di 318mila, ma il tasso di disoccupazione è salito dal 3,5% di luglio al 3,7% per effetto del maggior numero di persone alla ricerca di un impiego. Meno gente scoraggiata al punto da restare sul divano e più americani che puntano a strappare un'assunzione sembrano indicare che il mercato del lavoro ha ancora spazi di assorbimento, seppur l'occupazione complessiva sia già superiore di 240mila unità rispetto al livello pre-pandemia del febbraio 2020. Se davvero è così, la Fed ha ancora molto lavoro da fare, poiché alcune stime suggeriscono che l'inflazione non si debella se prima non si mandano a casa quattro milioni di persone. Eppure, gli studiosi della Great Resignation, l'ondata di auto-licenziamenti che nel 2021 ha portato oltre 50 milioni di statunitensi a lasciarsi dietro le spalle uffici e fabbriche sperando in una retribuzione più alta, più benefici o migliori opzioni di carriera altrove, raccontano un'altra storia: quella di quel 42% che è ancora a spasso. Visto da questa angolazione, il mercato del lavoro a stelle e strisce assomiglia a un rompicapo.

Ma per Wall Street si tratta di dettagli. Meglio concentrarsi sul fatto che le paghe orarie sono salite il mese scorso di appena lo 0,3% contro lo 0,5% di luglio. Un'ottima notizia, poiché una crescita salariale più fredda contrasta i timori di una spirale salari-prezzi, la cosa peggiore per una banca centrale alle prese con un carovita arroventato. I dati sembrano quindi segnalare che Jerome Powell, capo di Eccles Building, non avrà tutta questa urgenza di mostrarsi ancora più aggressivo nella riunione del 20-21 settembre. Una stretta dello 0,75% resta insomma ancora l'opzione più probabile sul tavolo, visto che il rialzo dei tassi è l'arma di più immediato effetto per frenare i piani di assunzione delle imprese.

SocGen invita tuttavia gli investitori a non concentrarsi in modo ossessivo sull'andamento del costo del denaro. La sorpresa, negativa, potrebbe arrivare da una riduzione molto più drastica del previsto del bilancio della Fed. Già ora il piano di volo prevede che da questo mese l'istituto di Washington passi a un quantitative tightening (QT) di 95 miliardi di dollari al mese, dai 47,5 miliardi di giugno-agosto. Di fatto, un drenaggio quasi doppio della liquidità. Che potrebbe però non bastare.

La banca francese ipotizza che Powell avrà bisogno di un inasprimento monetario di

oltre 900 punti base per regolare i conti con l'inflazione. Per farlo, dovrà portare i tassi al 4,5%; l'altra metà sarà opera del QT. Trattasi di una contrazione di bilancio da 3.900 miliardi: per i mercati, una catastrofe.

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