Germania denuclearizzata? Sarà un percorso a ostacoli

A un anno dall'addio all'atomo annunciato dalla Merkel, il piano per le autostrade energetiche procede a rilento. Crescono i timori per la dipendenza dall'estero

Germania denuclearizzata? Sarà un percorso a ostacoli

Cercasi combustibile per la locomotiva d'Europa. E non in senso figurato ma in termini concreti di fabbisogno energetico. La domanda risuona sempre più spesso nei palazzi del potere e nelle confederazioni industriali tedesche: la Germania può davvero permettersi di adempiere la promessa di abbandono dell'atomo fatta da Angela Merkel lo scorso anno, all'indomani di Fukushima quando definì l'incidente «un'ora tragica che cambierà per sempre le nostre vite»? Il motore del Vecchio Continente può permettersi l'immediata chiusura delle sue centrali nucleari più vecchie e di tutte le altre entro il 2022?
Nei giorni scorsi il sito «Nuclear News» ha lanciato l'interrogativo, riportando le cronache del corrispondente da Berlino del Financial Times, Gerrit Wiesmann. La fotografia della situazione, dopo i primi spegnimenti, è quella di una passeggiata sul filo del rasoio, una sorta di rischiatutto energetico. Il bilancio, guardando ai fatti, è positivo. Nessun blackout si è verificato negli ultimi dodici mesi. Nel 2011, però, gli interventi di emergenza da parte della Tennet, uno dei quattro gestori della rete tedesca, sono quadruplicati rispetto al 2010. «Abbiamo passato l'inverno. Ma siamo stati fortunati, e stiamo raggiungendo il limite della fattibilità», ha commentato Volker Weinreich, capo del centro di controllo della Tennet per la Germania del nord. E gli addetti parlano di una «lotta quotidiana per tenere le luci accese». Il piano-Merkel, insomma, non è una passeggiata, anzi assomiglia di più a un percorso a ostacoli. Un articolo pubblicato sullo Spiegel spiega che una riconversione così rapida richiede una programmazione difficile da attuare nei pochi anni previsti dai progetti del governo. E soprattutto un'operazione così massiccia prevede una serie di trasformazioni complesse, costose e poco ecocompatibili. Come prevede «Nuclear News», sarà inevitabile aumentare la produzione di energia da fonti fossili, con due grandi inconvenienti: una maggiore dipendenza dalle importazioni di gas dalla Russia e un aumento delle emissioni di gas serra.
Nella road-map la vera incognita è quella rappresentata dal rebus delle fonti rinnovabili: la loro quota sul totale dell'elettricità generata è in aumento, la Germania su questo fronte si è mossa in anticipo rispetto agli altri partner europei, ma non è ancora chiaro fino a che punto potrà incidere davvero sul totale delle necessità di approvvigionamento. Di certo, come conseguenza del piano di uscita anticipata dal nucleare, la bolletta dell'elettricità in Germania - a sostenerlo uno studio commissionato dal ministero dell'Economia tedesco - aumenterà nei prossimi 20 anni di 32 miliardi. Per garantire la sicurezza energetica nel prossimo decennio, la Germania avrà bisogno di almeno 10 GW e preferibilmente fino a 20 GW di capacità incrementale da impianti a carbone e a gas. «Se vogliamo uscire dall'energia nucleare e entrare in quella delle energie rinnovabili» spiegava nei mesi scorsi Angela Merkel «per il tempo di transizione abbiamo bisogno di centrali fossili». Difficile calcolarne l'impatto in termini ambientali. Aspetto tutt'altro che trascurabile in un Paese che tiene molto al suo ruolo di «portabandiera dell'ecologismo» e dove i Verdi sono da sempre una forza in grado di spostare gli equilibri elettorali.
Finora, nonostante la chiusura di sette centrali nucleari, la Germania ha tenuto fede alla sua fama e nel 2011 è riuscita a ridurre le emissioni di CO2 nell'atmosfera di circa l'1%. La notizia è stata fornita dall'Ufficio federale per l'Ambiente (Uba) in base alle verifiche su 1600 impianti rilevanti sul piano delle emissioni. Berlino fa anche sapere di avere conseguito gli obiettivi fissati dal Protocollo di Kyoto riducendo del 20% rispetto al 1990 le emissioni di CO2 entro la fine del 2012. Anzi dalle previsioni attuali appare certo che la riduzione reale sarà del 25%. Risultati positivi che si estendono anche al resto dell'Ue, che entro l'anno riuscirà a rispettare la riduzione dell'8% delle emissioni richieste dal Protocollo di Kyoto. Un calo letto da molti più come come un riflesso della recessione economica che come il timbro su un nuovo regime di virtù ambientale.
Di certo, a più di un anno dalla catastrofe nucleare di Fukushima, stemperatasi l'enfasi e l'emozione del momento, i ragionamenti in prospettiva si fanno più sfumati, le certezze vengono incrinate dal dubbio, i «se» e i «qualora» entrano nel dibattito tra esperti del settore. E c'è anche chi mette nero su bianco una fosca previsione. Günther Oettinger, commissario europeo all'Energia e sostenitore del nucleare quando era presidente del Baden-Württemberg, oggi ci va giù duro, pur essendo tra i sostenitori della svolta: «Se il governo continua di questo passo, riuscirà a raggiungere appena la metà degli obiettivi prefissati», la sua convinzione.
Il day after verso la nuova Germania non nuclearizzata presuppone la costruzione nei prossimi 10 anni di più di 4 mila chilometri di cosiddette autostrade energetiche, in grado di trasferire l'energia prodotta nei parchi eolici del Nord e dell'Est alle imprese ad alto consumo localizzate soprattutto nel Sud e nell'Ovest del Paese; la realizzazione di centrali a gas; l'ampliamento di impianti di energie rinnovabili; l'individuazione di siti di deposito permanente delle scorie nucleari. Il rischio che sotto i colpi della crisi economica perfino il modello di efficienza tedesco possa inciampare in ritardi e rinvii è percepito dai più. Se la Germania dovesse andare fino in fondo e procedere con il suo phase-out, dovrebbe mettere nel conto quasi sicuramente enormi importazioni di energia dai paesi confinanti. Robuste interconnessioni sono già attive con la Francia, l'Olanda, il Belgio, la Danimarca, la Polonia, la Repubblica Ceca e la Svizzera, così come è plausibile un collegamento diretto con la Russia e l'Oblast di Kaliningrad (la vecchia regione storica tedesca della Prussia Orientale) a causa del nuovo impianto nucleare.

In pratica la Germania appare avviata a ripercorrere il cammino dell'Italia e a diventare un paese denuclearizzato ma fortemente dipendente dalle importazioni estere, per lo più nucleari. Un bel paradosso per una nazione che negli ultimi mesi ha reso l'Europa sempre più «germanocentrica» e ora, nel nome del nuovo corso dell' «atomfrei», rischia di dover bussare alle porte dei suoi vicini.

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