Facciamo finire il Sessantotto

Siamo ormai alla vigilia del quarantesimo anniversario del Sessantotto. S'inizia a sentire. Sarkozy in Francia ha vinto invitando i suoi elettori a scordarsi quell'anno terribile. Dall'Italia gli risponde D'Alema proprio in questi giorni, riproponendo quella stagione a modello per le nuove generazioni. Non è solo lo scontro tra due culture. È anche la contrapposizione di due esperienze. In Francia in quel mitico maggio si giunse a un passo dalla rivoluzione. Tornarono allora le barricate nel quartiere latino e lo stesso De Gaulle ne fu così turbato da fuggire a Baden Baden. Fosse pure per qualche ora. Meno di un mese dopo, però, la sfilata della maggioranza silenziosa sugli Champs già aveva chiuso la partita. Almeno politicamente. Sarebbero rimasti tanti «residui», di natura anche politica. Ma almeno su un terreno - quello delle istituzioni e della sociologia delle classi dirigenti - il Sessantotto era stato battuto.
In Italia non fu così. Si aprì allora una lunga partita tra l'arena ufficiale e quella alternativa che il Sessantotto aveva selezionato. La prima avrebbe cercato di invischiare, cooptare, compromettere la seconda. La quale, da parte sua, si sarebbe mossa tra il mito originario e l'illusione di conquistare lo Stato dall'interno. La competizione si è prolungata per oltre un quindicennio. E la distinta dei danni da essa provocati non è stata ancora nemmeno tentata.
A livello dei singoli individui il patrimonio accumulato dalle generazioni precedenti venne allora rifiutato con incosciente innocenza. Il rapporto genitoriale, nei casi migliori, si sviluppò sul versante affettivo ma amputato di quella trasmissione d'esperienza che nel senso comune divenne inutile, quando non dannosa. A livello politico, nelle grandi scelte, si poté essere anti-americani, senza pagare il fio di essere, al contempo e obbligatoriamente, per realismo, filo-sovietici. E si poté rinverdire il mito della violenza rivoluzionaria, senza porsi il problema d'imbrigliarlo attraverso una pratica legalitaria. I nodi irrisolti della storia della sinistra italiana - certamente dalla resistenza in poi ma pur quelli ancora precedenti -, infine si sciolsero anche nella pratica terroristica. In quella terribilmente vera e in quella micro-criminale, più tollerabile e, per questo, più tollerata. Tante esistenze sono state così bruciate e altre hanno affidato alla roulette del destino la circostanza che il lancio di una molotov potesse lacerare una vita o lentamente degradare a brutto ricordo da rivendicare senza tema vent'anni dopo (o qualcuno di più), nella scia di un beffardo «formidabili quegli anni».
Ma tutto ciò, si potrebbe controbattere, riguardò soltanto quella minoranza mobilitata che dai quattordici anni in poi consumò in un orizzonte politico totale la propria esperienza di vita, con la stessa incoscienza con la quale oggi i nostri figli affrontano una partita di Risiko. Si può a ciò facilmente replicare che la storia politica è sempre il prodotto di élites e minoranze attive. Ma la risposta, purtroppo, è insufficiente. I miti del lungo Sessantotto, infatti, in Italia sono stati pervasivi. La durata ha concesso loro tutto il tempo per sedimentarsi fino a trasformarsi in senso comune. Cosicché gli studenti di quegli anni sono cresciuti senza essere contraddetti. Si sono fatti a loro volta maestri e quegli stilemi li hanno potuti legittimare dalla parte della cattedra.
Certo: dal settantasette in poi si è assistito a una progressiva perdita di sostanza e di peso politico del messaggio propalato nelle scuole e nelle università. L'hanno chiamato «riflusso». D'allora assemblee e occupazioni non producono più raccolte di documenti. Non per questo, però, sono cessate. Si sono prolungate fino a noi come rito che trasferiva nei nuovi contesti il presunto anti-autoritarismo dei tempi che furono, l'egualitarismo, l'odio per il privato e ancora altre mitologie alle quali, in realtà, tenevano più i maestri degli studenti. Generazioni e generazioni hanno così continuato a mobilitarsi contro il loro futuro. Mentre la scuola e l'università italiana hanno continuato a perdere competitività, contro ogni tentativo d'innovazione si sono abbattuti gli slogan di un tempo.
In un ambito meno politico, questo stesso processo di stanca sopravvivenza sta producendo qualcosa di ancora più temibile. Il fatto è che la lunga agonia ha consentito al senso comune selezionato dal Sessantotto di sopravvivere alle ideologie - sia quelle vere sia quelle posticce - che esso veicolava. Esso si è così trasformato in una sorta di pervasiva religione civile, radicata in ogni ambito della vita sociale che, spogliata delle originarie pretese ideologiche, si traduce nell'azzeramento del principio di responsabilità sociale.
Del resto, la stessa tensione sessantottina alla secolarizzazione dei costumi, scissa da ogni forma di responsabilità individuale, sta determinando esiti paradossali. Della liberazione sessuale rimangono solo le immagini pornografiche della compagna di classe fatte circolare su internet. Così come l'anti-autoritarismo si è trasformato nella palpata del sedere della professoressa imbarazzata.
La china potrebbe presto essere discesa ancora più in basso. Altro che riproporre il Sessantotto come modello per le nuove generazioni! Alla vigilia del suo quarantesimo anniversario bisogna, invece, impegnarsi per farlo finalmente cessare: con la critica e, se del caso, con l'autocritica. E, soprattutto, inducendo gli studenti di oggi ad aprire la porta a tutto ciò che esso ha negato: autorità, merito, eguaglianza di opportunità e non di risultati.

Si tratta di salvare una generazione e, insieme, il Paese da «residui» che stanno bloccando più di quanto si creda le sue capacità di competere. Perché, se non ci si vuole rassegnare al declino, all'alba del terzo millennio la competizione non la si può evitare. Il Sessantotto, con buona pace di D'Alema, non è riuscita a cancellarla.
Gaetano Quagliariello

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