Le figlie di papà dei grandi dittatori? Sono un partito votato alla vendetta

Alina Castro si batte per detronizzare Fidel, Sofia Fujimori è entrata in politica solo per liberare il padre. Raghd Hussein, Marija Milosevic e Lucia Pinochet per il genitore sono finite nei guai con la giustizia. Ma qualcuna non sa nemmeno che bestia è stata papà

La madre di tutte le figlie di papà, Svetlana Josifovna Allilueva, o Svetlana Stalin, farà 82 anni il 28 di febbraio, vive in una casa di riposo nel Wisconsin, e di quella sua fuga dall'Unione Sovietica ormai ricorda poco persino lei. Ma papà resta papà, e guai a chi lo tocca. Le figlie sono fatte così. Accettano senza fare una piega che le colpe dei padri ricadano su di loro, ostaggio di un nome che dà luce a vite che altrimenti resterebbero nell'ombra. Figlie di squali che, perso il papà, diventano quasi sempre pesci fuor d'acqua. Raghd Hussein, figlia maggiore di Saddam, è ospite della famiglia reale giordana e tale resterà a tempo indeterminato. È stata la regista della difesa legale del padre, anche se sapeva che non sarebbe mai riuscita a strapparlo dalla forca. Per il governo iracheno, che ne ha chiesto più volte l'estradizione, Raghd «finanziava il terrorismo sfruttando i capitali rubati al nostro popolo». Lei che si è rifatta naso, seno e occhiaie, e che scrisse una lettera arrogante alla Casa Bianca per farsi restituire i gioielli di famiglia, vive, dice, solo per la vendetta. Bandita. Come Lucia Pinochet, 66 anni, figlia maggiore di Augusto. Lei è rimasta accanto a papà fino alla morte, ma solo perché glielo ha imposto la legge cilena. Se l'era svignata negli Stati Uniti, inseguita da un mandato di cattura per evasione fiscale, ma la richiesta d'asilo è stata respinta ed è tornata indietro via Buenos Aires. Ma le cose cambiano alla svelta. È stata appena eletta consigliere comunale a Vitacura, uno dei quartieri più esclusivi di Santiago del Cile: «È un modo per onorare mio padre» ha detto. Non poteva dire di peggio.
Anche Marija Milosevic è da tempo un fascicolo noto sul tavolo del ministero degli Interni serbo. Disinvolta con la pistola, anche se con la mira approssimativa, finì alla sbarra per aver tentato di salvare il padre dall'arresto la notte in cui Slobo negoziò la resa, sparando alcuni colpi contro la polizia. Anche adesso lo difende. Ha assunto guardie private per proteggere il corpo di suo padre dai cacciatori di vampiri: hanno già profanato la tomba. Anche papà però, dicono i suoi nemici, era uno di loro.
Ma non tutte le bambine di casa finiscono così male. Sar Patchata studia amministrazione aziendale alla Pannasastra, l'università privata della capitale, la più costosa della Cambogia. È una ragazza timida, ubbidiente, cerca sempre con gli occhi qualcuno che ricambi i suoi sorrisi. Divide un appartamento con cinque compagne e arriva tutte le mattine all'università in motorino. Pochi sanno chi è, anche se è il ritratto del papà, stesso mento schiacciato, stessi zigomi piatti. È l'unica figlia di Pol Pot, tutto quel che rimane di lui, a parte le ossa di un milione e 700mila persone, sterminate dai khmer rossi del macellaio cambogiano. Di papà sa poco o nulla, visto che il suo nome maledetto è stato cancellato persino dai libri di scuola. Tep Kunnalle, il segretario del padre che ha sposato la mamma, le ha solo raccontato che in fondo «era una brava persona». Perché dire la verità a volte vuol dire distruggere una vita.
Alina Fernandez ha cinquantaquattro anni, vive in Florida e conduce uno dei programmi radio più ascoltati della notte, «Simplemente Alina». È una donna libera, ma con un cognome che la tiene prigioniera. Castro, suo padre. «Ma da tanti anni non mi sento più figlia sua: mi fa solo ribrezzo e pietà». Cresciuta con la mamma, Natalia Revuelta, è fuggita da Cuba ragazzina con un passaporto falso. Senza pentimenti. «A Cuba papà era come Dio. Era onnipresente, se non stava a casa con noi lo vedevamo in tv». Ora è la sua nemica giurata. «Simplemente Alina» è diventata la voce dei dissidenti cubani, lei gira il mondo per denunciare il regime e adesso Paz Vega le regalerà il viso nel film diretto da Bobby Moresco che racconterà la sua vita «Castro's Daughter». Cede solo un attimo alle sue memorie di bambina: «Me lo ricordo come un uomo timido e dolce dalla grande barba». Ma è solo un attimo: «Niente lo salverà dal male che ha fatto a noi cubani».
L'altra faccia del diavolo ha il sorriso tenero e gli occhialini da liceale di Keiko Sofía, 35 anni, figlia di Alberto Fujimori, ex padre-padrone del Perù, condannato a 25 anni di reclusione per trenta omicidi, sequestro di persona e violazione dei diritti umani. Mai farsi ingannare dalle apparenze. Keiko è una dura. È stata la first lady di papà durante il suo governo, anche se ha sposato Mark Villeneuve, un americano, e col nome del padre si è presentata alle elezioni. Eletta in Parlamento col massimo dei voti. Ha spiegato convinta: «Papà è stato danneggiato da accuse false». E ha giurato che se dovesse essere eletta anche nel 2011, concederà immediatamente l'indulto al padre. C'è solo un conto in sospeso.

Quello depositato alla Citibank di New York e su cui indaga la Procura peruviana, che ha chiesto invano l'annullamento del segreto bancario per scoprire l'origine di quella fortuna. Soldi versati da Alberto e presi chissà dove. Per lei papà l'ha pagata cara. Ma chi decide quanto vale un amore?

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