Foggia: la moschea del terrore

L'ennesimo caso che confuta quella teoria secondo la quale “nei centri islamici non ci si radicalizza”

Foggia: la moschea del terrore

Il centro culturale “al-Dawa” di Foggia è di nuovo nell’occhio del ciclone: nella mattinata di ieri veniva infatti arrestato l’imam nonché presidente del centro, Abdel Rahman Mohy Mostafa Omar, 59enne cittadino italiano di origini egiziane, sposato con un’italiana.

Il soggetto in questione è accusato di aver messo in atto un vero e proprio indottrinamento nei confronti di bambini, finalizzato a indurre una loro adesione all’Isis. Un vero e proprio lavaggio del cervello che aveva luogo all’interno del centro islamico, due volte alla settimana, durante le sue “lezioni di religione”.

Le intercettazioni messe in atto dagli inquirenti hanno portato alla luce una retorica più che eloquente:“Vi invito a combattere i miscredenti, con le vostre spade tagliate le loro teste, con le vostre cinture esplosive fate saltare in aria le loro teste. Occorre rompere i crani dei miscredenti e bere il loro sangue per ottenere la vittoria”.

L’operazione “Bad Teacher” ha inoltre portato alla luce una sproporzione tra le fonti di reddito lecite e le entrate effettive dell’arrestato, con conseguente sequestro preventivo dei conti correnti e della sede della “Al Dawa' ai sensi dell’art. 321, 1^ e 2^ comma C.P.P.

Venivano inoltre sottoposti a perquisizione personale e domiciliare altri tre soggetti risultati in contatto con l’imam.

Non è la prima volta che la zona del foggiano e in particolare il centro islamico al-Dawa, finiscono nel mirino dell’anti-terrorismo: infatti il 5 luglio 2017 veniva arrestato a Foggia il trentottenne ceceno Eli Bombataliev, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale e istigazione a commettere delitti. Una propaganda che veniva perpetrata anche all’interno del centro islamico, dove il ceceno faceva il bello e il cattivo tempo (gli erano state consegnate le chiavi).

Bombataliev svolgeva il ruolo di imam “sostitutivo” presso il centro islamico al-Dawa, vi dimorava ed è lì che entrava in contatto con diversi personaggi radicalizzati, come i fratelli tunisini Kamel e Boubakeur Sadraoui (il primo in stato di detenzione e il secondo espulso dal territorio nazionale), anch’essi residenti nel foggiano. Quasi in parallelo, il ceceno si dedicava alla radicalizzazione dei fratelli albanesi Lusien e Orkid Mustaqi, entrambi segnalati come frequentatori del centro “al-Dawa” e successivamente espulsi.

Bombataliev veniva anche segnalato dalle autorità russe come membro di quel che era una volta l’Emirato del Caucaso e soggetto legato al commando che nella notte tra il 3 e il 4 dicembre 2014 diede l’assalto alla “Casa della Stampa” di Grozny, causando la morte di 19 persone.

I fatti emersi dimostrano come il centro islamico di Foggia svolgesse il ruolo di base per la propaganda e il

reclutamento del terrorismo islamista. Ennesimo caso che confuta quella teoria secondo la quale “nei centri islamici non ci si radicalizza” ed anche che “in Italia non vi sarebbero “hubs” jihadiste”. I fatti parlano chiaro.

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