La fretta di Tremonti

Può sembrare una polemica surreale quella sorta tra il ministro dell’Economia Tremonti e il Quirinale. La questione era l’idea di Tremonti di anticipare ai primi giorni di agosto l’approvazione della Finanziaria, dimenticando che essa, per la legge 468 del 1978, va presentata insieme al bilancio dello Stato. Può sembrare una querelle tra burocrati delle istituzioni, e invece il dissenso è politico, come dimostrano, peraltro, i commenti di autorevoli opinionisti che, per amore di Tremonti, hanno polemizzato con il Quirinale, accusandolo di aver frenato «la modernità». Parola magica, quella della modernità, che molto spesso anticipa disastri senza fine.
Ma veniamo al dunque, partendo da una domanda semplice semplice. Che bisogno c’era di approvare un disegno di legge (la Finanziaria per il 2009) ai primi di agosto, dal momento che il Parlamento riprende i propri lavori alla metà di settembre? E che senso avrebbe una Finanziaria che, stando alle dichiarazioni di Tremonti, dovrebbe contenere solo tabelle correttive del bilancio dello Stato se non si conosce ancora lo stesso bilancio dopo i tagli operati dalla manovra economica approvata qualche giorno fa? Domande senza risposta perché anche la scusa di respingere il paventato assalto alla diligenza non sta né in cielo né in terra, dal momento che per l’appunto il Parlamento non avrebbe lavorato ad agosto. Ma può un uomo di spessore come Giulio Tremonti fare una polemica con il Quirinale, come si dice in gergo, a cambio di niente? È possibile che quell’idea di anticipare subito la Finanziaria avesse il solo scopo di far dire a tutti che lui è bravo, anzi, rapido e bravissimo? Che Tremonti sia intelligente e bravo nessuno lo mette in dubbio, ma tutti sanno che l’intelligenza e la bravura spesso possono essere anche un’aggravante, come ha sempre dimostrato la storia dell’Uomo. Tutt’è, infatti, il disegno al quale l’intelligenza si piega.
Tremonti, dunque, sapeva l’inutilità pratica di quella sua idea di anticipare la Finanziaria. E se lo sapeva è segno che aveva nella testa qualcosa d’altro. Una manovra economica forte di oltre 700 commi approvata in Consiglio dei ministri in nove minuti e mezzo, l’assoluta mancanza di conoscenza dei contenuti da parte di tutti i ministri, nessuno escluso, l’approvazione parlamentare con il voto di fiducia alla Camera e al Senato talmente in fretta e furia che neppure lo stesso governo conosceva nel profondo il maxiemendamento (la riprova è la presa di distanza dei ministri Sacconi e Brunetta dalla norma sui precari), il tentativo, puntualmente bacchettato dal Quirinale, di modificare il nostro ordinamento costituzionale dando al ministro dell’Economia la facoltà di modificare con un proprio decreto amministrativo la legislazione di spesa sono tutti tasselli di una precisa visione politica dirigistica del governo del Paese. Una visione «semplificatoria» della politica e delle istituzioni che non troviamo né in altre democrazie parlamentari, né in quelle presidenziali del tipo americano e francese. E la stessa carta per i poveri al posto di un aumento delle pensioni più basse, come pure fece il governo Berlusconi nel 2001, dà quel tocco di paternalismo che accompagna sempre i governi di un illuminato. È qui, dunque, che risiede il sotterraneo scontro con il Quirinale, mentre l’opposizione o si diverte nelle piazze a insultare, o resta pericolosamente in silenzio. Ed è qui che rischia di naufragare il magico disegno del Partito della libertà voluto proprio da Silvio Berlusconi.

Può darsi che il caldo, invece, faccia a noi dei brutti scherzi, facendo riemergere la nostra antica diffidenza verso le mutazioni genetiche di alcuni socialisti nostrani. Se così fosse, facciamo sin da ora ammenda con animo contrito, ma con il cuore felice per aver visto un pericolo che non c’è.
Geronimo

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