Fuga dal lager della depressione

Luiz Schwarcz è nato in Brasile, a San Paolo, nel 1956. Ha fondato la casa editrice Companhia das Letras. In "L’aria che mi manca" racconta la propria depressione, il rapporto con i suoi familiari e il senso di colpa

La depressione colpisce le menti migliori. Alcuni dei malcapitati sono capaci di raccontarla. Lo ha fatto di recente Emmanuel Carrère in Yoga, con una memoria comprensiva di ricovero in psichiatria ed elettroshock. Lo fa lo scrittore (e editore) brasiliano Luiz Schwarcz nel romanzo autobiografico L'aria che mi manca (Feltrinelli, traduzione di Roberto Francavilla). Il sottotitolo recita Storia di una corta infanzia e di una lunga depressione, e sembra di capire che l'infanzia del protagonista si sia interrotta nel momento in cui lui, figlio unico, ha sentito la responsabilità di risarcire il padre di un trauma inguaribile: l'essere sopravvissuto, con tanto dell'immancabile senso di colpa.

Qui ci ricolleghiamo alla Shoah. Il nonno di Schwarcz, ungherese, nel 1945 spinse il figlio András giù dal treno che li portava a Bergen-Belsen. Il ragazzo si salvò, l'uomo morì pochi giorni dopo la liberazione. Nell'immediato dopoguerra la famiglia si trasferì in Brasile, a San Paolo. La storia dell'autore di questo libro è una storia di successo. Anziché lavorare nella tipografia di famiglia, il giovane Luiz fonda una casa editrice che in breve si afferma, la Companhia Das Letras. Si trova internazionalmente vezzeggiato. Le aspettative esagerate dei suoi sembrano trovare conferma. Ma è proprio lì che la depressione in genere colpisce: quando tutto sembra andare per il meglio. Nel ripercorrerne la storia, il Luiz di oggi guarda a quello di ieri, all'adolescente ligio alle tradizioni ebraiche di famiglia, ma che assiste ai numerosi aborti spontanei della madre e al rapporto poi spezzato fra i genitori. E allora ecco i primi sintomi del male oscuro: il sonno pomeridiano e la malinconia vespertina.

A ridargli la pace, non basterà una psicanalisi ultradecennale, e ai molti tentativi di terapia seguiranno altrettanti insuccessi. È una storia che accomuna chiunque abbia sofferto di questi disturbi. A cominciare dalle diagnosi sbagliate. Quella di bipolarismo arriva dopo quella più scontata di depressione maggiore, e così cambiano anche i farmaci. Attraverso gli stabilizzatori dell'umore, in particolare il litio, il ragazzo oggi uomo ritrova il gusto di una vita sopportabile. E la forza di rimettere in ordine gli avvenimenti, alla ricerca di una possibile causa del suo stato. Una mente bipolare non guarisce mai, ma può essere curata. Schwarcz ripercorre i capisaldi della sua vita, il ruolo di portiere di calcio, la passione per tutti i generi musicali, l'editoria, gli affetti coniugali, la paternità, e naturalmente la scrittura.

Quanto ci vuole a confezionare un romanzo così, peraltro non lungo? Una vita intera, passando attraverso numerosi tentativi fallimentari, forse perché inautentici. Dopotutto uno scrittore è chiamato a fare i conti con sé stesso. A darsi spiegazioni, alzando le cortine dell'ipocrisia. Alla buona finzione si arriva solo attraverso la verità. E per quanto un'autobiografia sia finzione, se non altro perché è, per definizione, di parte, ogni lettore ne può intuire il grado di onestà intellettuale.

Questo autore non cerca di assolversi, ammette i propri limiti, rievoca le proprie lacrime, le cadute di stile, l'egocentrismo, insomma tutto il repertorio dei depressi, che spesso rendono un inferno anche

la vita di chi sta loro intorno. Indica però anche le possibili vie d'uscita, attraverso il raccoglimento e il silenzio. Si chiama anche accettazione, un'arma formidabile contro i fantasmi che cercano di rubarti l'anima.

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