Da Trieste a Genova per fare le elementari alla «Brignole Sale»

Qualche tempo fa partendo dal primo numero in elenco telefonico dei cinque o sei per uno stesso cognome, cerco una ragazza di cui ho perduto il recapito. Voglio farle sapere di aver scritto, seppur in breve, di sua nonna, Maria Dima Zanacchi, venuta a Bobbio da Umago in Istria dove aveva uno zio che - mi pare - costruisse centrali idro-elettriche. Dima mi aveva parlato in modo indimenticabile della sua terra d'infanzia che 350mila italiani, per restare tali, abbandonarono nel '47 lasciandovi ciò che avevano. L'anno dopo, per la Giornata del Ricordo, 10 febbraio, la cercai per scrivere quel ricordo che tanto mi aveva emozionato, ma Dima più non era. Quando per telefono spiego il perché della telefonata, la voce al di là del filo, dopo il tono riservato ai tanti scocciatori che invadono la nostra privacy, d'improvviso si fa calda: «Sai che eravamo compagne alla Brignole Sale? Io sono Malagò, quella dalle treccione».
Riprendo una foto d'allora: 1948 - Brignole Sale - dove arrivai da Trieste in prima elementare, dopo Natale e dopo aver perso nel trasloco più di un mese di scuola. Rivedo Emi Gardella che sciava da Dio, Alfonsina forse la più graziosa, Gabriella Gay, una delle due biondine in una classe di morette. Le compagne triestine erano tutte bionde, ma di recente tornando a Trieste ho visto solo due ragazze di capelli chiari in una marea di simil-tunisine e cinesi.
In foto ritrovo la mia compagna di banco, figlia di un pastore con gregge ai Forti, rimasta sola nel primo davanti alla cattedra. Con qualche anno più di noi, sapeva canti genovesi che accompagnava con mosse di ballo popolare. Rivedo le gemelle Lidia e Marina Gazzo. Un giorno all'uscita da scuola, prendendomi per mano, mi condussero dalla loro mamma: «Questa è la bambina che viene da Trieste!». Luce in tanto disagio dello sentirmi sradicata.
Ho la stessa età di Vittorio Feltri e condivido in pieno il suo articolo recente sull'impossibilità d'aver nostalgia di tempi con «due vestiti in armadio, con domeniche di noia». Forse un po' di nostalgia la provo nel ricordare la festa d'andare a prendere il ghiaccio (non c'era il frigorifero) ed era per bere di domenica una bevanda fresca, cosa ora comune. E ricordo i buchi nello stomaco perché mio padre faceva orario di lavoro continuato fino alle due del pomeriggio e si pranzava quando lui tornava a casa. Lo scrittore e storico Piero Vassallo mi ha raccontato che il giorno del dopoguerra in cui portò a scuola una merenda fu classificato «figlio di ricchi». Di merende io non ne portavo e avevo certi crampi!
Il papà di Lidia e Marina, il giornalista Emanuele (gli è stato dedicato in Genova il Museo della Stampa) per la Giornata della Mamma mandava alla nostra maestra una lettera. Lei, vedova, con un figlio grande con qualche difficoltà nel trovare lavoro (il lavoro bisognava cercarselo, inventarselo con creatività italiana allora che non era un «diritto dovuto» come per gli attuali sindacalisti, mollaccioni del benessere, nella loro eterna guerra ai «padroni»), leggeva la lettera ad alta voce. Si commuoveva e ci commuoveva.
Capii il privilegio di usare bene le parole per gli altri e allora con le parole ero a mal partito. Avevo iniziato la scuola sapendo leggere (avevo imparato da sola individuando, dal di sopra della spalla di mio padre quando mi leggeva favole, la maiuscola d'inizio frase), ma infarcivo d'errori i dettati. Il mio orecchio era rimasto sintonizzato sul cantilenante dialetto veneto che non conosce le doppie e ancor oggi se devo dire «Mazzini» ci penso per non pronunciare dolce la zeta.
Il riscatto per me arrivò in terza elementare con il tema «Il mio lettino» (mi pare il tema d'esame perché allora in terza c'era l'esame). Era il luogo dove bambina gracile (prima che mi rinforzassero con cicli d'iniezioni e con l'abitudine allo sport) passavo molto tempo, inventandomi favole, specie alla sera per addormentarmi senza paura del buio e cullata dal ticchettio della macchina da scrivere di mio padre che si portava il lavoro a casa. La mia maestra faceva passare quel tema di mano in mano alle altre, a tutte venivano i lucciconi. Credo siano state cose determinanti per la scelta di scrivere per gli altri, prima per essere compresa, poi per dar voce a quanto imparavo da chi incontravo per giornalismo.
Ancora un ricordo di una compagna di cui non so più il nome. Era orfana di papà, la mamma lavorava e lei al pomeriggio stava in un Istituto di Suore con una magnolia in giardino. Le avevo detto che amavo quel fiore e s'arrampicò sull'albero per portarmene uno. Durante la ricreazione me lo tese ma una compagnetta vi picchiò una manata e i petali caddero.
Nel tempo mi è capito di riprovare il dolore incredulo di quella volta, per uno sgambetto, un'incomprensione al limite dell'umiliazione, ripetendomi: «Mi hanno rotto la magnolia».
Con questo Giornale mi è talvolta capitato.
Al mio primo articolo, gennaio '83, con una notizia sull'integrazione all'equo canone per cui un mio compagno di liceo, Dc, mi mise in contatto con l'assessore Acerbi in Regione. Sua moglie, anche lei Dc, poi mi chiese: «Montanelli invita a votare Dc turandosi il naso e tu vuoi scrivere per il suo Giornale da turarsi il naso?». Un paio d'anni fa, per la sentenza che aveva dichiarato inidonei all'adozione due genitori del Sud per non aver accettato come adottiva una bimba di colore, chiesi il parere di un domenicano esperto di problemi di coppia e d'adozioni. Si rifiutò di rilasciarmelo per «un Giornale che disinforma; dovevo vergognarmi di collaborarvi e avevo perciò fette di prosciutto sugli occhi». Gli tirai giù il telefono.
Poi pensando al «Giuda» spiegato da Giuseppe Berto, quello che si arroga «l'altero diritto di capire e farsi capire», gli inviai una busta con tre articoli. Di Feltri sui falsi pacifisti della nave di soccorsi umanitari a Gaza, del coraggioso Sgarbi sul «suicidio» di Gabriele Cagliari (quanti gli orrori dei giudici da Mani Pulite in poi!), di Annamaria Bernardini de Pace su odierne giovinotte di poca virtù «guastatrici di matrimoni e patrimoni».

Berto (scrittore a me molto caro per «Il Male Oscuro») ripetava: «ascolto oggi e rispondo domani», e quando mi rompono la magnolia, ora rispondo: «Si deve esser liberi delle idee, d'avere un'identità in cui aver fede. È rispetto di sé, del lavoro!"

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