Meloni, anatomia di una leadership

Cinque caratteristiche peculiari che contribuiscono a spiegare i livelli di fiducia e di credibilità persistenti rispetto ai cicli di leadership sempre più brevi a cui ci eravamo abituati

Meloni, anatomia di una leadership
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A metà mandato, la coalizione di centrodestra fa registrare intenzioni di voto più alte di 5 punti rispetto ai risultati delle elezioni del 2022. Da parecchio tempo non si assisteva a una tenuta simile dei partiti al governo. Le ragioni di questo buon rendimento sono molteplici: dalla compattezza della maggioranza (o dalla fragilità dell'opposizione?), al «vento di destra» in Occidente, fino alla solidità della leadership della Presidente del Consiglio. Mi concentrerò su quest'ultimo fattore, elencando cinque caratteristiche peculiari che contribuiscono a spiegare i livelli di fiducia e di credibilità persistenti rispetto ai cicli di leadership sempre più brevi a cui ci eravamo abituati.

1) L'autenticità. Meloni appare fedele a se stessa in ogni contesto. È credibile in un G7, come quando scherza con gli espositori di una fiera dell'agricoltura. Il suo stile è riconoscibile e non artefatto. La «Giorgia» della campagna delle europee vive anche nella «Meloni» premier. Questa coerenza percepita rafforza il legame affettivo con l'elettorato e trova ulteriore forza in un elemento simbolico potente: la prima donna a guidare un governo nella storia repubblicana. Senza ostentarlo continuamente, ne incarna il significato. La sua storia personale autodisciplina, determinazione, rivalsa alimenta una narrazione coerente che aggiunge spessore e legittimità alla leadership.

2) La pazienza. Meloni ha costruito la sua ascesa politica senza bruciare le tappe e, anche da premier, comunica una gestione del tempo lungo, che non rincorre l'urgenza. In un'epoca segnata da leadership compulsive e narrazioni isteriche, la sua regia prudente trasmette senso di controllo, affidabilità e maturità.

3) La gestione della «saturazione dopaminica». Viviamo in un tempo in cui la comunicazione si basa su stimoli continui, emozioni forti e gratificazioni immediate. È la «dopamina comunicativa»: quell'eccitazione istantanea che molti leader ci somministrano ogni giorno per restare al centro dell'attenzione. Ma questo approccio satura rapidamente. Per ottenere lo stesso effetto, bisogna aumentare sempre di più l'intensità dello stimolo. E alla lunga, questo genera assuefazione, noia, persino rigetto. Giorgia Meloni, ora che è «naturalmente» al centro dell'attenzione, adotta una strategia opposta: evita l'iper-esposizione, seleziona con attenzione i momenti in cui parlare, e quando lo fa, mantiene toni più razionali, meno ansiogeni. Tuttavia, per non rischiare che ciò raffreddi il rapporto con gli elettori, integra sempre con misura due registri ulteriori: quello personale, fatto di riferimenti familiari e biografici che parlano al cuore; e quello identitario, che rafforza l'appartenenza politica. Il primo genera empatia, il secondo mobilitazione. È una comunicazione ritmica, una terapia del «freddo-caldo» che protegge il brand dall'usura.

4) Il controllo del perimetro politico. Meloni è riuscita a tenere unita una coalizione a tratti rissosa, senza farsi logorare. Ha lasciato margini di manovra agli alleati, ma ha mantenuto la centralità della propria figura. Ciò rafforza la sua immagine di leader unico e insostituibile del centrodestra.

5) Il cambiamento di contesto. I temi nazionali che per anni hanno alimentato la campagna permanente polemiche quotidiane effimere e casi mediatici spesso irrilevanti hanno perso centralità. A imporsi oggi sono questioni molto più ampie, spesso di natura internazionale: guerra in Ucraina, crisi in Medio Oriente, riarmo europeo, relazioni con gli Usa. Temi strutturali e complessi, difficili da ridurre in slogan o in gratificazioni immediate. Per di più, la politica estera per definizione la fa il governo. Il risultato è che Meloni, da premier, può gestire quasi in solitaria gran parte dell'agenda pubblica di questa fase.

La stabilità del consenso che circonda Giorgia Meloni non nasce quindi dal caso, né da un vuoto di alternative. È il risultato di una strategia calibrata, capace di valorizzare l'autenticità percepita, evitare la saturazione dopaminica, presidiare il campo politico e adattarsi a un contesto dominato dalla complessità.

Una leadership paziente, costruita nel tempo, che mira a creare una connessione emotiva duratura con il proprio elettorato. Potremmo dire che non si limita a suscitare emozioni istantanee, ma lavora per trasformarle in un sentimento stabile. Perché le prime accendono, ma è il secondo che genera familiarità e fedeltà.

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