"Ho sempre sognato di fare le scarpe modello Toyota"

La collezione del 50° è una "Meraviglia": la calzatura da uomo fatta senza cuciture

"Ho sempre sognato di fare le scarpe modello Toyota"

Giuseppe Santoni non ha mai sognato di fare il calciatore, l'astronauta, il pilota, o il poliziotto: fin da bambino voleva entrare nell'azienda fondata dal padre Andrea e fare le scarpe a uomini e donne. Dire che l'ha fatto è poco: il marchio Santoni è oggi una pietra miliare del lusso calzaturiero. Sposato da 36 anni con la madre dei suoi due figli che è anche vicepresidente dell'azienda e si occupa della parte finanziaria, legale e gestionale, Giuseppe si definisce scherzosamente «un ministro senza portafoglio» nonostante abbia archiviato il 2024 con un fatturato di 120 milioni. La sua cifra stilistica è tale che gli stessi dipendenti lo hanno convinto a battezzare la collezione del cinquantenario Meraviglia perché non si può chiamare in altro modo una scarpa formale da uomo fatta da un solo pezzo di pelle e senza una cucitura oppure un'incredibile scarpina femminile per cui ci vogliono 50 metri di tubolare in nappa color bronzo da applicare a mano sulla tomaia. Tutto questo avviene a Corridonia, un paese in provincia di Macerata a 15 Km dal mare e 20 dalla montagna dove vivono 9000 persone tra cui 620 dei 700 dipendenti di Santoni nel mondo.

Com'è iniziata la vostra storia?

«Era un giorno d'estate del 1975, io avevo 7 anni e mio padre aveva appena finito di costruire la casa quando ha cominciato i lavori per fare un laboratorio di 500 metri quadrati. Fino a quel momento aveva fatto solo tomaie nel garage di casa, ma aveva trovato 5 o 6 persone che sapevano fare le scarpe come diceva lui».

Quindi lei è figlio d'arte?

«Sì, ho fatto la gavetta come operaio e so ancora fare le scarpe con le mani. Nel frattempo ho studiato e mentre l'azienda cresceva ho assunto posizioni di responsabilità: sono diventato amministratore delegato a 21 anni perché mio padre voleva occuparsi più del prodotto e della manifattura. Inoltre negli anni '90 lavoravamo soprattutto con gli Usa e io ero l'unico in casa a parlare inglese».

Il successo è arrivato subito?

«Più o meno. Nel gennaio '90 abbiamo inaugurato una fabbrica da 1500 metri quadri: nei primi 15 anni abbiamo dovuto triplicare gli spazi produttivi. Oggi abbiamo quasi 30.000 metri quadri di stabilimenti. Nel primo è rimasta la produzione del cuoio classico, poi c'è quello dove facciamo il Goodyear (tipica lavorazione delle scarpe maschili, ndr), quello delle calzature femminili, ben due stabilimenti in cui facciamo le sneaker e uno nuovo destinato alla pelletteria: borse e accessori».

Un polo industriale tra mare e montagna.

«Sì. È grande ma si va dappertutto a piedi anche se abbiamo un trenino a conduzione autonoma che collega i vari stabilimenti con tanto di stazioni per consegnare e ritirare la merce».

Non ha mai avuto voglia di decentrare la produzione in Oriente dove un'ora di lavoro costa 16 volte meno che da noi?

«Il prezzo più salato da pagare sarebbe la perdita dell'eccellenza e del fattore umano. Per i miei dipendenti io sono Giuseppe e basta, ma lavoriamo nel reciproco rispetto. Abbiamo la manifattura più eccellente con grandissime componenti di tecnologia. Per esempio siamo l'unica azienda calzaturiera al mondo che produce con il metodo Lean, quello creato dalla Lean Manufacturing per la Toyota. Noi non usiamo la manovia o la catena di montaggio, ma lavoriamo a isole e in gruppi di lavoro specializzati nelle diverse fasi produttive. Ogni isola fa una fase poi la passa all'isola successiva e via così. In questi passaggi c'è il rapporto cliente fornitore e ciò significa che mentre faccio un lavoro ho te come cliente ma sono anche cliente dell'isola precedente quindi controllo che quel lavoro sia perfetto prima d'iniziare a fare qualsiasic osa».

Come ha scoperto questo metodo?

«Esiste un libro bellissimo sul metodo Lean e dopo averlo letto ho capito che potevo produrre un paio di scarpe con le iniziali della cliente o mille paia di scarpe nella stessa catena di montaggio. Siamo gli unici al mondo a fare questa cosa nel mondo della moda e mi sembra assurdo».

Perché?

«Chi fa abbigliamento ha una non qualità fisiologica che va dal 2,5 al 3,5%. Applichiamo questo dato alle scarpe: se ogni 100 paia 2 o 3 non sono perfette non è un problema e non è neppure detto che le devi buttare forse le devi solo rilavorare. L'industria metalmeccanica ha una non qualità dello 0,2%, quindi siamo a 15 volte più basso. A fine gennaio i dati di non qualità da noi erano lo 0,62 %, quindi siamo tre volte più alti della metalmeccanica che fa acciaio e sono tutti pezzi uguali, ma circa 5 volte meno dell'industria della moda».

Si dice che per fare delle belle scarpe ci vogliono almeno 100 passaggi manuali, ma quelle di Santoni ne hanno 200. È vero? «Dove è vantaggioso fare a mano lo facciamo, dove si può ottimizzare con la tecnologia non ci tiriamo indietro».

Davvero applicate il colore a mano con un sistema per cui avete addirittura creato una scuola interna?

«Sì è una cosa voluto da mio papà che vedeva le scarpe come oggetti d'arte. Se ti limiti a tingere una scarpa il colore è piatto e uniforme. Noi lo rendiamo tridimensionale applicando la tinta a strati tamponati di volta in volta, poi c'è la lucidatura e quindi il finissaggio che crea le ombre».

Di solito basta dire «sneakers» a un marchigiano per fargli uscire fumo dalle orecchie e dal naso...

«Noi abbiamo iniziato a farle nel 1995 riprendendo una vecchia scarpa da baseball che avevo comprato per l'archivio in un mercatino a New York. Era un modello degli anni '50, tutto in pelle (tomaia e fodera comprese) ma con la suola di gomma. Fu una sorta di rivoluzione. I miei genitori erano contrarissimi, ma avremmo perso una grossa quota di mercato. Oggi facciamo sneakers uniche al mondo. C'è un modello in pelle super leggero: 295 grammi, una magia».

Quante scarpe produce all'anno?

«Circa 2.000 paia al giorno».

Il modello che preferisce?

«Impossibile rispondere: è come chiedermi chi preferisco tra Sofia Maria e Gabrio, i miei figli».

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