Per i parrucconi della Rai il bavaglio è giusto Ma solo per Minzolini

Zavoli e Garimberti scatenati contro il direttore del Tg1. Mentre la Berlinguer, zarina di Raitre, ha carta bianca

Per i parrucconi della Rai  
il bavaglio è giusto 
Ma solo per Minzolini

Ai parrucconi del giornalismo e della politica la spavalda pelata di Augusto Minzolini non è mai piaciuta. I primi vi hanno sempre scorto una minaccia all’informazione pettinata di cui si sentono i sacerdoti; gli altri, i politici, ancor oggi non si perdonano di aver ceduto alla tentazione (o al vezzo) di raccontargli le cose più irraccontabili, poi regolarmente finite sul giornale.
Nominato non senza sorpresa direttore del Tg1, Minzolini-Giamburrasca è rapidamente diventato il Goebbels de noantri, il killer spietato al soldo del Cavaliere, o magari la versione pop e postmoderna di Emilio Fede. Leggere per credere: «L’opinione pubblica è sempre più unanime nel criticare l’atteggiamento del Tg1 che pervicacemente continua a produrre i motivi del discredito professionale e politico che non giova al prestigio del servizio pubblico». A pronunciare parole così definitive - come se qualcuno potesse misurare l’«unanimità» dell’«opinione pubblica» - è stato l’altro giorno il presidente della Commissione di vigilanza, Sergio Zavoli, autorevolissimo giornalista di lungo corso nonché, da dieci anni, senatore del Partito democratico.
La replica di Minzolini a Zavoli - «È un presidente di parte» - ha scatenato ieri le ire di Paolo Garimberti, anch’egli giornalista di lungo corso (prevalentemente a Repubblica), nonché «presidente di garanzia» della Rai su indicazione del centrosinistra. «Parole inacettabili», ha tuonato il presidente di garanzia, intimando a Minzolini di «imparare a tacere quando è il momento» e invocando un intervento censorio del direttore generale. Garimberti ha poi concluso, con un tono che immaginiamo commosso e risorgimentale: «Non si attaccano le istituzioni».
È bene essere chiari. In un paese normale, la Rai non esisterebbe più da tempo, e certo non in queste forme. In nessun paese civilizzato esiste un servizio pubblico così mastodontico e così capillarmente infiltrato ad ogni livello dal potere politico, partitico e correntizio. I nostri politici si tengono stretta la Rai come si tengono stretti i vitalizi o le Province, ed è questo il motivo per cui non verrà mai privatizzata.
Se dunque è con questa Rai che dobbiamo convivere, che almeno ciascuno nel proprio regno sia libero di professare la religione che preferisce. Minzolini ha il diritto di fare il telegiornale che vuole, proprio come Bianca Berlinguer o, prima di loro, Sandro Curzi e Bruno Vespa. Non c’è un modo educato di essere faziosi, e un altro invece «inaccettabile» (come direbbe Garimberti): siamo tutti faziosi, ed è precisamente per questo che qualcuno ci sta ad ascoltare. L’importante è che si possa liberamente cambiare canale.
L’idea che ogni direttore o inviato o conduttore debba regolarsi secondo un astratto codice di imparzialità redatto da quei medesimi funzionari di partito che hanno proceduto alle loro nomine, è semplicemente ridicola. E, se presa sul serio, diventa pericolosa. La Rai ha commesso un errore colossale accompagnando alla porta Michele Santoro, e adesso qualcuno vorrebbe pareggiare la partita rimuovendo Minzolini.

Che con Santoro condivide almeno una qualità: non ha l’abitudine di piegarsi alle «istituzioni», di cui istintivamente percepisce l’evidente parzialità, né di mettersi sull’attenti quando il caporale di turno intima l’alt.

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