Il tour porta il nome del suo ultimo disco, Gli amori sono finestre. «Il senso è che lamore è unesperienza fondamentale per la nostra vita. Ci dà la possibilità di affacciarci sul mondo, di vederlo da una prospettiva migliore. La finestra è il bicchiere mezzo pieno, contempla unidea di apertura», spiega con enfasi Mango, che stasera si esibirà al Gran Teatro (ci sono ancora biglietti disponibili).
Gli amori sono finestre è anche una poesia, recitata nellalbum da Flavio Insinna.
«Ed è pure una canzone che non ho mai inciso, la eseguo solo dal vivo. È un po strano: non si trova da nessuna parte e al massimo, per risentirla, la si può registrare con il telefonino durante il concerto. La trovo una cosa affascinante».
Sulla scaletta ha le idee più chiare?
«Ci saranno tutti i miei grossi pezzi, per fortuna sono tanti. Da Oro a Lei verrà, da Mediterraneo a La rondine. A questi, però, mi piace aggiungere ogni volta delle sorprese».
Di che tipo?
«Per esempio aprirò lesibizione romana cantando Teardrop dei Massive Attack. Un brano che può sembrare lontano anni luce da me, dal mio stile, e invece fa parte del mio bagaglio. È un periodo che vado avanti sperimentando, cercando nessi e contaminazioni. Necessarie e mai forzate. Come quelle che ci possono essere tra Pride degli U2, che eseguo al pianoforte, e Come Monna Lisa».
Si spieghi meglio.
«Prima di essere un cantautore sono stato un cantante. Ho iniziato a sette anni con la cover band di mio fratello e le canzoni di Aretha Franklin. Sono cresciuto ascoltando Sting e Peter Gabriel. Quello che voglio dire è che il mio mondo è anche la mia vocalità: quindi da una parte ripercorro il mio passato, lo riporto in vita; dallaltra mi metto alla prova, sfido me stesso. E il pubblico apprezza: allinizio è spiazzato, poi si lascia trascinare».
Prima, però, lei parlava di nessi.
«Spesso il collegamento è il tema di fondo, ancora più spesso è la passione. Per esempio il filo rosso che lega la mia interpretazione di Love di John Lennon e Mediterraneo è lamore che nutro per entrambi i pezzi. Non serve altro».
Il suo eclettismo va oltre: ora produce giovani artisti.
«Produzione non è una parola che mi piace: è fredda, artefatta. Mi sono innamorato dei Rei Momo, una band campana di talenti veri. Non appena ho sentito il loro lavoro ho capito che meritavano unoccasione. Li sto aiutando, ma in maniera atipica: cerco di indirizzarli, di guidarli, di intervenire sulla struttura, sulla tonalità e limpostazione delle canzoni, lasciando sempre loro la libertà della scelta finale. È qualcosa che mi è mancato agli inizi e che va ben oltre il ruolo del semplice produttore».
Quanto a lei, dicono che non scenderebbe mai dal palco.
«Appartengo a quella categoria di musicisti che lo amano come se fosse la loro casa. Ha poesia e per me la poesia è tutto. Qualcuno, un tizio di nome Pablo Neruda, ha detto che la poesia non è la verità, ma ti può indicare la strada per raggiungerla».
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