Viaggio nel degrado: la lotta di viale Bligny

Il fortino della droga al centro di un'eterna guerra urbana. I residenti provano a pulire ma gli spacciatori non mollano

Viaggio nel degrado: la lotta di viale Bligny

«Liddentrospaccianoancòra!». L'omino malconcio che sale al volo sul 9 alla fermata di viale Bligny lancia il suo anatema così, tutto in una parola, come chi rivela una notizia censurata. A pochi passi dalla fermata, la vecchia casa al 42 sta vivendo una giornata particolare: si chiama Paint Day, vuol dire che ci si arma di rullo e pennello (GUARDA LE FOTO), e si cerca di dare una mano di fresco ai muri scrostati delle scale.

Se il degrado chiama degrado, il bello chiama bello. Questo pensano gli abitanti per bene di viale Bligny. Che però si guardano bene dal nascondere la dolorosa evidenza dei fatti. E cioè che accanto a loro, stessa scala, stesso ballatoio, continuano a vivere gli spacciatori che hanno trasformato la vecchia casa di ringhiera in un caso da manuale di sociologia urbana.

Tutto intorno gli affitti salgono, le case si rinnovano, trainate dal polmone della Bocconi che tutto influenza e se può fagocita. Questo invece è «la casbah», il fortino della droga. Un posto dove le case si comprano a un quarto che nel portone affianco. Perché da qui si scappa, appena si può. «Una bocconiana prenderebbe una stanza in affitto qua dentro solo se volesse la coca a domicilio», scherza amaro uno degli inquilini che, coperti di tuta bianca, dal mattino lavora di rullo.

Il portone pullula di «affittasi» e di «vendesi». Tra quelli che hanno comprato, oltre a speculatori e trafficoni, c'è anche il leghista Matteo Salvini, un paio d'anni fa: un bilocale per quarantamila euro, non per fare un affare ma per provocazione, per avere una finestra affacciata sul degrado. Anche Salvini passa dal fortino ieri mattina. Non si mette a dipingere, ma chiacchiera con questo e con quello. «Qui la gente sta dandosi da fare, ma il Comune deve fare la sua parte». Come? «Serve un'ordinanza come quella che la giunta Moratti fece per l'ex residence di via Cavezzali, che permetterebbe di dare il via al controllo a tappeto di utenze, subaffitti e abusivi».

«Vi serve ancora un po' di vernice?»: il gruppetto dei ragazzini che dalla mattina si sono appassionati al gioco della ripittura gira da una scala all'altra del cantiere improvvisato. Riverniciare le scale è un gesto appena simbolico, e gli ideatori del Paint Day ne sono consapevoli. Da domattina, infatti, ci sarà già l'artista che rovinerà con lo spray o il pennarello le scale appena dipinte. E anche se non ci fossero i writer c'è fin da subito la palpabile consapevolezza che imbiancare le scale di Bligny 42 è come imbellettare un tizio con delle fratture multiple. Il palazzo, questa è la dura verità, cade a pezzi: perché nessuno si è preso cura di lui e della gente che ci vive. Perché spendere soldi a risanare se posso affittare un buco in nero per ottocento euro a uno che poi lo subaffitta per milleduecento a quattro trans, a tre spacciatori, a due disperati? Così va a finire che appesi ai fili della biancheria non ci siano i panni di bucato ma dei brandelli di sacchi della monnezza.

Ci vuole poco ad andare in malora. «Ma ci vuole poco anche a tirarsi su, a innescare un circolo virtuoso», dicono gli inquilini-imbianchini. Indicano col dito le case accanto, che spuntano dietro le mura precarie del 42: e si intuisce benessere e cura. Appena dopo il semaforo c'era un'altra spelonca urbana, il tetro palazzo di viale Bligny 22, che insieme a attività nobili come il Naga e l'ultima sezione socialdemocratica ospitava un po' di tutto, legale ed illegale. Adesso è stato raso al suolo, e al suo posto si insedierà tanto per cambiare la Bocconi: come sulla vecchia Centrale del Latte, come al posto della bocciofila Stella Alpina, come al posto del capolinea delle autocorriere. Che tutto questo tratto di città possa restare vivo ed evolversi solo sotto l'ala della grande università del business è un tema vasto e complicato.

Ma vista da qua, dal cortile di Bligny 42 con la sua spazzatura a cielo aperto, la contraddizione tra il tempio del sapere capitalista e questi effetti

collaterali del libero mercato salta agli occhi. «I ragazzi hanno iniziato a dipingere le scale senza neanche tirare le righe, ma l'importante era iniziare a fare qualcosa», dice un capocantiere provvisorio del fortino della droga.

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