L'acqua e il fuoco, la tradizione termale dell'onsen

Il bagno "comunitario" è una tradizione che non muore in Giappone: dai videogiochi al divieto d'ingresso per chi ha i tatuaggi

L'acqua e il fuoco, la tradizione termale dell'onsen

Le vasche bollenti, le docce da far seduti su una bacinella capovolta, la rigorosa nudità all’ingresso. L'onsen, il bagno termale giapponese è consuetudine nel Sol Levante che fonde il culto purificatorio dell'acqua combinato a quello del fuoco che la riscalda. Una tradizione amatissima che è dentro l'anima giapponese e che desta non pochi problemi agli occidentali, disabituati all’abitudine delle terme e del bagno in comune.

I sento o gli onsen sono migliaia, in tutto il Paese. E frequentatissimi. Differiscono tra loro per alcuni (importantissimmi) dettagli. Gli onsen sono le terme vere e proprie, i sento, invece, i bagni pubblici che ricalcano la stessa struttura dei primi e, talvolta, usufruiscono di acqua termale. Il cuore dell’onsen è una vasca di acqua bollente, utilizzata in comune da tutti. Prima di potersi immergere, perciò, è necessario lavarsi a fondo. Per questo ci sono le postazioni con le docce, da fare rigorosamente seduti, magari su un secchio o una bacinella capovolta. Solo dopo essersi lavati e risciacquati è consentito entrare nella vasca. In cui, dato il calore, è consigliabile immergersi lentamente, aiutati in questo dai gradini solitamente allestiti ai bordi di queste piscine.

Non è un rito inconsueto, in Giappone, quello del bagno comunitario. I prezzi per l’ingresso non sono elevatissimi, spesso bastano poco più di mille yen (poco meno di dieci euro) per entrare. Spesso gli alberghi, specialmente i ryokan che offrono ai turisti l’esperienza dell’ospitalità tradizionale giapponese, hanno dei propri onsen che mettono a disposizione dei clienti.

I bagni sono separati e divisi, anche se riservati esclusivamente alla clientela alberghiera: le donne da una parte, gli uomini dall’altra. Questo perché nell’onsen si entra completamente nudi, “armati” solo di asciugamani (uno grande che servirà poi) e uno piccolo. Per gli occidentali, di solito, c’è anche un altro problema. La nudità, infatti, impone che l’ingresso all’onsen sia proibito a chi è tatuato. Per la cultura giapponese, infatti, i tatuaggi sono un (mezzo) tabù. A cui, però, c’è rimedio: basta appiccicarsi addosso dei cerotti color carne che coprono i disegni sulla pelle.

L’onsen è un rito per moltissimi giapponesi che corrono, appena possono, a passare un po’ di tempo alle terme. Si tratta di qualcosa che la cultura occidentale ha già conosciuto nell’antichità quando, dai romani e fino al Medioevo, le terme rappresentavano (oltreché un presidio igienico fondamentale per le città del tempo) un punto di ritrovo importantissimo, una sorta di agorà che si snodava tra gli ambienti di calidarium, frigidarium e tepidarium. Poi, col Rinascimento, se ne perse l’abitudine almeno in Europa.

L’immagine dell’onsen, nell’immaginario nazionalpopolare italiano, non è (solo) quella cui ci hanno abituato il cinema e la letteratura.

Anzi, ci arriva da uno dei videogiochi più amati di sempre, Street Fighter II. Lo scenario dedicato al personaggio Edmond Honda, il lottatore di sumo, ricalca proprio un onsen tradizionale, con tanto di vasca strabordante d’acqua, secchi di legno e docce.

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