Ora il Messico importa immigrati dagli Stati Uniti

Escono più messicani dagli Usa di quanti non ne entrino

Ora il Messico importa immigrati dagli Stati Uniti

“È la fine di un’epoca durata 50 anni”, quella dell’emigrazione messicana negli Stati Uniti alla ricerca dell’American Dream. A dirlo non è il solito buonista di turno per nascondere la realtà ma i numeri resi noti da un prestigioso think-tank di Washington specializzato in latinos, il Pew Research Center: dal 2009 al 2014 un milione di famiglie messicane hanno infatti percorso il cammino inverso, lasciando gli Usa per ritornarsene nel paese d’origine, mentre appena 870mila compatrioti di Pancho Villa hanno attraversato il Rio Bravo per inseguire il “sogno americano”. Semplificando, negli ultimi 5 anni il Messico è stato un importatore netto di immigrati dagli Stati Uniti, una notizia che - se la tendenza del riflusso dovesse continuare - potrebbe trasformare in realtà l’incubo prospettato da un film del 2004, “Un Giorno senza Messicani”, che immaginava cosa sarebbe la California se, improvvisamente, sparissero tutti gli immigrati del paese del tequila. Un mezzo inferno. Alla base dei motivi di questa storica inversione di tendenza c’è, come sempre accade, l’economia reale. Soprattutto nel settore delle costruzioni, infatti, gli Usa non si sono ancora ripresi dalla recessione del 2008, mentre il Messico – grazie ad un costo del lavoro che oggi è minore anche a quello cinese – sta vivendo un periodo di bonanza, soprattutto nei settori dell’industria pesante, dell’auto e dell’aeronautica. Inoltre, i vantaggi da un lato del Nafta, il trattato economico del nord-America con Canada ed Usa, dall’altro dell’Alleanza del Pacifico, che ha abbattuto barriere e dazi con Colombia, Cile e Perù, oltre ad avere inserito il Messico nel cuore del commercio mondiale, ha fatto aumentare notevolmente la produttività del paese del tequila.

Non a caso quest’anno il PIL messicano crescerà di quasi il 3%. Altri fattori che spiegano il ribaltamento del flusso migratorio – sottolinea il Pew Research Center - sono la volontà di ricongiungersi con la famiglia, i controlli più severi alla frontiera e la convinzione di un numero crescente di messicani che lavorano negli Usa di poter mantenere lo stesso tenore di vita anche tornandosene a lavorare nel loro paese d’origine. Qualcuno dovrebbe insomma dire a Donald Trump di “correggere il tiro”. E non tanto per le minacce contro di lui del boss della droga Joaquím el Chapo Guzmán, che non ha per nulla gradito le sue esternazioni, ma perché l’epoca d’oro che dal 1965 al 2009 ha portato oltre 16 milioni di messicani negli Stati Uniti è ormai ufficialmente finita.

Se proprio deve usare il tema migratorio per convincere “la pancia” dei suoi tanti potenziali elettori, che Trump se la prenda almeno con i latinos giusti, che negli ultimi 5 anni hanno davvero preso d’assalto la frontiera texana, ovvero quelli provenienti dall’America centrale – dall’Honduras al Guatemala –lasciando in pace i conterranei di Speedy Gonzales e Carlitos Slim.

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