«No, la poesia non ci salverà È solo una consolazione»

Non sempre un Nobel della letteratura, solo per il fatto di essere tale, riesce a trasferire nei brevi istanti di un incontro qualcosa dell’emozione, della forza dei contenuti, dell’esemplarità e unicità della propria opera.
Diverso il discorso per il caraibico Derek Walcott (di Saint Lucia, classe 1930), le cui radici isolane di uomo nato e cresciuto sotto le sferzate dell’oceano emergono subito, senza nascondersi dietro artificiosi atteggiamenti intellettuali. L’abbiamo capito incontrandolo a Milano prima che gli venisse assegnato, giovedì sera, il Premio Choice-Montale 2012 per la poesia internazionale, con la motivazione, fra l’altro, che il suo «viaggio letterario, che ricalca le orme antiche di Omero, di Dante e di chi si nutrì del loro insegnamento, ha sempre seguito le rotte della circolarità, rappresentando così non l’esilio dalla sua Itaca, ma la promessa di un nuovo linguaggio e di un nuovo futuro». Delle tante opere fu indubbiamente Omeros, uscito nel 1990, in esametri e in terza rima, a guadagnargli la laurea da parte dell’Accademia di Svezia nel 1992. Poema che, nonostante il debito pagato alla cultura Occidentale colonizzatrice, non è dimentico del passato di abusi coloniali inflitti alla terra del suo autore. Eppure mai nelle poesie di Walcott, nemmeno in quelle che affrontano il tema della discriminazione razziale, nemmeno quando la lingua adottata al posto dell’inglese è il patois delle Antille delle Indie Occidentali, vi è traccia di retorica né di vittimismo.
Come recepisce la poesia i nodi principali del nostro tempo quali la crisi economica, i difficili rapporti con il mondo islamico, i problemi ambientali?
«La poesia è uno specchio di quel che accade nel mondo. Non solo quando essa, come è accaduto in certe fasi storiche, entra nel dettaglio delle questioni contemporanee divenendo poesia politica o di impegno civile. Ma anche quando apparentemente non se ne cura. Ci sono poesie che non parlano direttamente di vicende coeve e che pure le fanno trapelare. Ci sono liriche d’amore di William Butler Yeats, per esempio, che risentono della tensione della guerra civile irlandese. Questo dimostra che certi nodi del proprio tempo influenzano, anche indirettamente, la poesia».
La letteratura, la storia, i classici da una parte e l’esperienza della vita, del tempo che passa, dall’altra. Come colloca queste due dimensioni nella sua poesia?
«In una poesia ho scritto che “I classici possono consolare. Ma non abbastanza”. Alludo al fatto che nessuna forma di cultura, nessuna opera d’arte o letteraria e nessun grande scrittore o artista è in grado di rispondere in modo risolutivo alla questione fondamentale della morte, cioè del tempo che passa, che è la sostanza autentica della realtà. Un vostro grande poeta si è confrontato in modo profondo con questo tema tragico, ed è Leopardi».
Qual è l’elemento distintivo di White Egrets (Aironi bianchi), che in Italia uscirà nel 2013 per Adelphi con la traduzione di Matteo Campagnoli?
«C’è l’accentuazione di una certa componente lirico-elegiaca, di vissuto personale, di ricordi e amicizie che hanno dato gioia alla mia vita e che se ne vanno. Ma c’è sempre anche la luce della mia isola, il confronto con temi più grandi della mia soggettività di fronte alla quale il mio io arretra o scompare del tutto».
Infatti, alcune poesie sono scritte in prima persona, come nella più pura accezione lirica, altre in terza...
«Sì, e questo non è casuale. Anche se il libro non ha un tema che attraversa tutte le poesie, anche se non c’è un unico centro gravitazionale come in opere quali Omeros, a tratti la successione di prima e terza persona serve a creare una sorta di intreccio narrativo, di piccoli nuclei tematici all’interno della raccolta. Altre volte uso la terza persona quando il soggetto è così grande da richiedere al mio ego di farsi da parte, come quando il protagonista è l’amore.

In alcuni casi però, anche quando uso la prima persona, non necessariamente indugio sulla mia vita privata. Il vostro Montale, talvolta, utilizzava un io universale per toccare temi non confinati nello spazio e nel tempo dei singoli...».

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