Non solo donne oggetto... E questi cosa vi sembrano?

Mai come ora si parla di corpi in vendita ma sempre riferendosi alle donne. Siamo andati in un famoso negozio del centro dove modelli a petto nudo accolgono i clienti. E le bimbe sono in coda per farsi una foto

Non solo donne oggetto... 
E questi cosa vi sembrano?

«Scusi: ma lei non si sente un uomo oggetto?». Fa da colonna alla porta sinistra di Abercrombie&Fitch, Andrea Salerno, 19 anni, veronese. Rimbalza la domanda al suo quasi «gemello» in altezza e forme, che sta al battente destro. Anche lui si chiama Andrea e chiude il triangolo, riponendo il quesito al ragazzo croato - non spiaccica una parola in italiano! - che a petto nudo, al centro del vano d’entrata, si fa fotografare con nugoli di ragazzine che aleggiano verso il suo corpo lucido, quasi oliato, come uno sciame d’api al pistillo.
«Tu ti senti un uomo oggetto?». Rispondono tutti e tre insieme: «No». Con la semplicità che è il sigillo del marchio. La semplicità del muscolo alto e sodo, dallo zigomo al bicipide al lato B. Corpo glabro, la barba rasata. Notare bene che le tre «virili colonne» possono fornire la risposta solo perché le manager del piano terra, due donne, hanno dato loro il permesso. E sono sempre le donne a scattar loro le foto insieme alle piccole ronzanti. Chiedendola anche: «Dai signora, faccia una foto insieme al nostro bell’uomo?». Ma se fosse il contrario? Se al centro-scena ci fosse la pin-up in reggipetto e uno stormo d’uomini la insidiasse, una femminista non griderebbe in difesa dell’oggetto-corpo femminile? Ancora non si capisce se il successo della griffe Usa, che ha i suoi unici punti vendita europei a Londra e Milano, stia nell’allure casual dell’abbigliamento o nel richiamo ormonale degli Adoni. «Facciamo questo lavoro per allegria» continua Salerno, che fra poco cambierà postazione per conquistare il centro del vano a petto nudo, come il suo collega straniero. A Verona studia Scienza della Comunicazione; prende il treno per Milano per esporre la sua avvenenza sotto i portici vicini a piazza San Babila e sulle passerelle della moda.
Non si sente passivo in questo sfruttamento della prestazione? «No. Essere belli è una qualità. Una volta mi hanno chiesto di fare lo gigolò, non qui a Milano ma in un altra città, e se ho capito che l’escort maschile è una professione in ascesa, ho detto comunque di no». La mattina va in palestra, poi all’Università e per venti ore alla settimana è ai battenti di Abercrombie&Fitch. Uno stipite vivente, ben plasmato. Pelle color cuoio, folti occhi nocciola. «E’divertente. Le donne ti fanno i complimenti, anche quelle non più giovanissime. A volte le teenager chiedono il numero del cellulare o l’indirizzo Facebook ma noi in genere lo neghiamo». La retribuzione? «Ottima, soprattutto per quelli che stanno sulla porta: la postazione più pagata di tutto il negozio. E’ una cifra per uno studente che si mantiene senza pesare sui genitori. Ho sognato di fare questo mestiere da quando, molto più giovane, sono andato negli Stati Uniti. Ma nel futuro mi vedo lontano da qui».
Dove? «Vorrei una famiglia, moglie, figli, e fare il giornalista, ma mi dicono che è un mestiere difficile.

So che non basta essere abbronzati e sbarbati. Serve la testa. L’intelligenza, nonostante le apparenze, non ci manca. La beltà è un optional in più». Il fatto che ad affermarlo sia un uomo in mostra cambierà un giorno anche il concetto di una donna in mostra?

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