Il centrodestra marcia diviso ma respinge le avances di Conte

Salvini: un prestito strano. Meloni: rischiamo il diktat. Fi apprezza il risultato però avverte: ci faremo sentire

Il centrodestra marcia diviso ma respinge le avances di Conte

Giuseppe Conte si presenta alle Camere per celebrare l'accordo di Bruxelles e rafforzare il tentativo di accreditarlo come una sua vittoria. L'opposizione, naturalmente, rispedisce al mittente i trionfalismi del premier. Le voci di Lega, Fratelli d'Italia e Forza Italia, però, non si sintonizzano sulle stesse frequenze.

Silvio Berlusconi - che oggi voterà la risoluzione sul Recovery fund nella plenaria straordinaria del Parlamento europeo - rivendica di avere puntato fin dall'inizio su questo strumento e ribadisce, parlando con i suoi, che «le risorse devono essere spese per investimenti e riforme utili e non per misure assistenziali». Matteo Salvini arriva in Senato presentandosi con una battuta tagliente: «Vado ad ascoltare l'oracolo». Poi smonta l'accordo europeo. «Se c'è qualcosa di buono per l'Italia siamo tutti contenti, ma questo è il primo caso di un prestito dove l'Italia chiede un prestito, dei soldi suoi, ma gli dicono che i soldi li deve spendere come dice la Commissione. È un prestito un po' strano». Di fronte alle rimostranze della maggioranza Salvini replica a tono: «Se volete potete gridare anche Conte papa, ma rivendico il diritto di criticarlo».

Dai banchi di Fratelli d'Italia, Daniela Santanchè prima ironizza sulla rappresentazione del trionfo avvenuta in aula: «Questo inizio di seduta mi ha rievocato quel film di Fantozzi, 92 minuti di applausi...». Poi entra nel merito: «Non capiamo il trionfalismo di queste ore. Il governo e l'Italia sono usciti da questa trattativa con meno soldi a fondo perduto e con più prestiti, quindi con un debito maggiore. Da patrioti abbiamo tifato Italia, ma il giudizio rimane lo stesso: non siete capaci di portare il Paese fuori dalla crisi». Fratelli d'Italia batte con forza sulla necessità di vigilare affinché non ci siano cessioni di sovranità. «I soldi ci sono - dice Giorgia Meloni -, ma il rischio molto concreto è che per riuscire a spenderli si debba passare troppo tempo a convincere tedeschi e olandesi o persino a farci dire da loro cosa dobbiamo fare con le nostre pensioni».

Forza Italia con Gilberto Pichetto intravede all'orizzonte «il rischio che tutto possa essere vanificato dall'eccessiva litigiosità della maggioranza. Il governo ha il dovere di coinvolgere le opposizioni senza confronto di facciata come accaduto finora sugli altri decreti». Anna Maria Bernini ricorda che i «fondi del Recovery fund arriveranno solo nel 2021, le risorse del Mes a tasso zero servirebbero per mitigare la crisi sociale che purtroppo giungerà molto prima». Per Andrea Cangini «se il vertice si è concluso con un accordo il merito non è solo del governo ma della cancelliera Merkel che a fine carriera si è potuta permettere di rispondere alla storia delle sue condotte politiche». A Montecitorio Valentino Valentini ribadisce l'imperativo della condivisione: «Questo è il momento delle riforme, che vanno fatte in Parlamento: si faccia una bicamerale paritetica sull'Action plan. Senza una vera condivisione non date per scontato il nostro consenso allo scostamento di bilancio». Mariastella Gelmini ammonisce che «questa volta non basterà qualche carezza alle opposizioni, Fi, Fdi e Lega hanno un idem sentire sulle riforme, faremo pesare la nostra voce».

E se Giorgio Mulè fa notare che «il presidente Conte sbandiera successi straordinari ma la vera partita, quella delle riforme strutturali, l'Italia la deve ancora giocare», Marco Marin fa una critica basata sulla deludente propensione al dialogo dimostrata finora dal premier.

«L'esperienza di questi mesi ci insegna che l'importante non è spendere risorse, ma come lo si fa. Bisogna investirle bene, non in assistenzialismo come fatto dal governo. Speriamo per il bene del Paese che Conte voglia ascoltare la competenza di Forza Italia».

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