
Qualcosa si muove. Mentre l'inviato americano in Ucraina Steve Witkoff riceve alla Casa Bianca il negoziatore di Putin Kirill Dmitriev, il malumore di Trump verso l'evidente reticenza dello Zar a trattare seriamente, si concretizza là dove fa più male, colpendo gli affari di Mosca. A mobilitarsi ufficialmente sono stati i senatori americani che hanno votato una mozione bipartisan che mette ulteriore pressione alla Russia: dazi del 500% su tutti i beni importati dai paesi che acquistano petrolio, gas, uranio e altri prodotti russi. Una mossa forte che mette concretezza a parole che finora erano sembrate troppo morbide verso il Cremlino, specie visto il tenore di quelle riservate a Kiev.
Del resto le posizioni sembrano abbastanza chiare. Zelensky ha aperto per quanto nelle sue possibilità a una trattativa che porti alla fine del conflitto. Putin invece continua a bombardare le città ucraine, prende tempo e prosegue nelle sue richieste che porterebbero a una resa di Kiev piuttosto che a una pace vera e propria. Dopo le minacce del presidente Trump e il malumore, ecco la mossa dei senatori. «Sanzioni pesanti se la Russia non si impegnerà in buona fede a favore della pace in Ucraina o se minaccerà la sovranità del Paese invaso una volta raggiunto l'accordo». Le tariffe colpirebbero il cuore dell'export russo e «riceveranno un sostegno schiacciante e bipartisan» in caso di voto al Senato e alla Camera. Il dialogo Mosca-Washington continua ma i piani di forza ora sono più marcati. Il faccia a faccia tra Witkoff e Dmitriev, è un'occasione per Mosca per ribadire la richiesta di revoca è delle sanzioni ma senza un passo reale e concreto verso il dialogo, sembra tirare una brutta aria.
Anche perché sul campo continuano gli attacchi russi con almeno quattro morti ieri in un raid missilistico su Kryvyi Rih mentre a Kharkiv sui registrano otto feriti tra cui un bambino di 9 mesi. Nulla a che vedere con la pace. Eppure dalle parti del Cremlino continuano a mostrare una faccia tosta che ha dell'incredibile. Il portavoce Peskov arriva per l'ennesima volta a dire che «il presidente Putin rimane aperto a negoziati pacifici, a trovare modi per risolvere la situazione ucraina attraverso metodi politici e diplomatici. Il problema e l'assoluta riluttanza del regime di Kiev a seguire la stessa strada», ha detto, con un bluff dialettico che ormai è venuto allo scoperto.
Di contro Zelensky torna ad accusare Putin «di non aver interesse neanche in un cessate il fuoco parziale» e chiede il prima possibile «pressioni nuove e concrete sulla Russia per instradare questa guerra a una conclusione», denunciando gli attacchi sulle città ucraine in barba alla tregua energetica concordata ma mai realmente entrata in vigore. Una prima risposta al leader ucraino, che ha ribadito la disponibilità ad andare ad elezioni non appena la tregua sarà effettiva, è arrivata dai senatori americani. Qualcosa si muove. Forse, nella direzione giusta.
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