"Diabolik" è caduto in una trappola. Ma al killer si è inceppata la pistola

Dopo aver ucciso Piscitelli l'assassino voleva far fuori anche il suo autista-bodyguard. Si indaga tra la criminalità albanese

"Diabolik" è caduto in una trappola. Ma al killer si è inceppata la pistola

Fabrizio Piscitelli aveva un appuntamento ed è caduto in trappola. Prende sempre più forma il puzzle della morte di Diabolik, il capo ultras della Lazio, che mercoledì alle 19 è stato «freddato» con un colpo di pistola 7.65 alla nuca, sparato alle spalle da distanza ravvicinata mentre era seduto su una panchina in via Lemonia, nel parco degli Acquedotti, a Roma.

Dopo aver fatto fuoco contro il 53enne, all'assassino si è inceppata la pistola. Lo ha testimoniato l'autista-guardaspalle cubano che aveva accompagnato Piscitelli al parco ed è riuscito a salvarsi fuggendo terrorizzato. «Fabrizio aveva appuntamento con qualcuno, ma non so con chi», ha detto agli investigatori. A far fuori la vittima sarebbe stato un sicario «esperto», che ha agito con il volto coperto, vestito da runner per non dare nell'occhio. Poi si è dileguato a piedi. La polizia ha ritrovato un bossolo nei pressi della panchina e sta analizzando le immagini delle telecamere di videosorveglianza presenti in zona, che potrebbero aver ripreso dettagli utili alle indagini. Anche i tabulati telefonici sono sotto la lente d'ingrandimento della mobile, che vuole accertare chi il tifoso dovesse incontrare. Ma era tranquillo, si fidava, tanto da arrivare al parco senza la solita «scorta» di amici albanesi. L'inchiesta è coordinata dal procuratore facente funzioni Michele Prestipino e dal pm Nadia Plastina e si procede per omicidio volontario aggravato dal metodo mafioso. In queste ore hanno ascoltato diverse persone, una donna seduta poco vicino al luogo dell'agguato e un ragazzo, che avrebbero visto il sicario allontanarsi per raggiungere un complice. Tutte le piste vengono battute, anche se quella privilegiata resta il regolamento di conti per questioni di droga. L'agguato potrebbe avere la firma della criminalità organizzata, estera, forse albanese. Ma non si esclude la regia di quella italiana, visto che Diabolik aveva legami con il clan dei Casalesi. «Aveva molti nemici e molti affari con vari gruppi criminali: un personaggio centrale con addentellati con varie realtà anche albanesi», spiegano gli inquirenti. Il presidente della commissione Antimafia, Nicola Morra, parla di «una vera e propria esecuzione mafiosa» nella capitale. «Un capo ultrà cui avevano sequestrato due milioni di euro - dice -. Numeri e fatti che danno la dimensione non solo degli intrecci tra sport e criminalità, ma anche di quanto la criminalità abbia affondato le radici a Roma. C'è bisogno di aumentare la pressione sui clan storici di Roma e spezzare intrecci terribili, come quelli che rappresentava un personaggio come Piscitelli».

Vincenzo, ex ultrà della Lazio, e grande amico di Fabrizio è convinto che «nessuno spara alle spalle per questioni di tifo e che questa è roba da criminali». «Aveva debiti per questioni di droga, e quando nel 2016 gli hanno sequestrato, compresa la villa dove abitava, non si è più rialzato - racconta -. Ultimamente ci sentivamo poco. Ho figli da tutelare e sò uscito da certi giri».

«È veramente difficile accettare una morte, ma quasi impossibile quando questa arriva ad una persona amica», commenta il fondatore degli Irriducibili, Antonio «Grinta». Davanti alla sede di via Amulio si piange, si portano fiori e si preparano pensieri per raccontare uno dei protagonisti più noti della tifoseria romana. Ieri sera si è svolta presso la chiesa di San Policarpo una fiaccolata in memoria di Fabrizio. Poche ore prima l'autopsia sul cadavere.

Dove lo hanno ucciso è comparsa anche una bandiera giallorossa. «Di fronte a queste cose non esistono colori - dice Guido Zappavigna, già ultrà romanista del gruppo Boys Roma 1972 -. Fabrizio lo ricordo come una persona corretta, coerente».

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