
«In cuor mio penso e spero che il Papa ce la faccia, che possa guidare la chiesa ancora per qualche anno. Noi preghiamo tutti per lui e se lo sentissi, gli direi: Santo Padre, le vogliamo bene'».
A parlare è il cardinale Paolo Lojudice, arcivescovo metropolita di Siena-Colle di Val d'Elsa-Montalcino.
Eminenza, come sta vivendo questo momento di sofferenza del Papa?
«Ovviamente con un profondo dispiacere, non solo per l'affetto che ci lega, ma anche perché quando si vuole bene a qualcuno e si sta vicini spiritualmente a qualcuno che soffre, anche noi soffriamo. In qualche modo questo ci aiuta a crescere nella fede. La vicinanza con la sofferenza ha proprio questa caratteristica: ti fa crescere. E toccare con mano una sofferenza estrema, quasi paradossale e antidivina, è l'esistenza stessa di Dio che si è fatto uomo».
È preoccupato?
«Certamente sì, anche se in cuor mio penso che ce la farà. Forse è un desiderio, una speranza, ma spero davvero che possa stare con noi almeno qualche altro anno, per portare avanti la riforma della chiesa che ha messo in atto».
Il Papa all'Angelus ha detto che si sente portato dalle preghiere dei fedeli.
«La preghiera è ciò che Gesù ci insegna nel Vangelo. È quell'esperienza umano-divina che Dio ci mette a disposizione per partecipare della sua grazia. È il modo con cui lui ci fa partecipare della sua azione provvidente. Dio elargisce a prescindere ma non vuole schiacciarci, vuole che siamo partecipi attivi in questa domanda, vuole che impariamo a domandare. E il Papa, in 11 anni di Pontificato, ha sempre concluso ogni suo discorso con l'invito a pregare per lui. Ognuno di noi pensa al momento in cui saremo chiamati a fare quel salto, chiudendo gli occhi alla vita terrena e aprendoli alla gloria di Dio. E questo va preparato».
Anche la sua Diocesi prega per il Papa?
«Continuiamo ogni giorno con la preghiera durante le messe. È un'invocazione continua».
In questi giorni si dibatte molto su come potrà continuare il Papa il suo ministero. È giusto parlare di dimissioni? Il Papa potrebbe pensarci?
«Il tema delle dimissioni è un'esperienza personale: lui e solo lui potrà - se lo riterrà opportuno e se vedrà che si verificheranno le condizioni - decidere questo atto. È possibile, ma io mi auguro che guarisca e poi vedremo. Certamente, tutto fa supporre che la vita di prima non sarà riproponibile ma non dobbiamo porci questo problema adesso. Diventa chiacchiericcio, non è nemmeno corretto e rispettoso, perché il Papa in questo momento sta soffrendo».
Lei è stato molto chiaro sul fine vita, sottolineando che la legge regionale toscana è una deriva pericolosa'. Si potrebbe arrivare a parlare di accanimento terapeutico con il Papa?
«A nome dei vescovi abbiamo ritenuto di dover ribadire quali sono i valori fondamentali della nostra fede. Noi riteniamo che la vita sia inviolabile dall'attimo del suo concepimento fino alla morte naturale. Certo, se la somministrazione di cure è oggettivamente sproporzionata rispetto agli effetti che produce, allora il limite è superato. Ma il limite dell'accanimento non può far arrivare a spingere un bottone. Con il Papa? Siamo assolutamente lontani da tutto questo».
Se potesse fare un augurio al Papa, cosa gli direbbe?
«Che gli vogliamo bene. È vero che è a volte contestato, anche all'interno. Tutti i Papi lo sono stati. E anche Gesù lo fu».
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