Il "divide et impera" che ridisegna il mondo. Dalla finanza si torna al mercantilismo spietato

Trump non ha inventato nulla, ma le tariffe senza precedenti costringono i Paesi a scegliere tra due vie: negoziati o ritorsioni

Il "divide et impera" che ridisegna il mondo. Dalla finanza si torna al mercantilismo spietato

Quando un regime finisce, non crolla mai all'improvviso. È una lunga agonia, scandita da tappe precise. Il comunismo, ad esempio, non è morto di colpo. Agonizzava da un decennio prima del colpo di grazia. L'inizio? Lo sciopero al cantiere navale di Danzica nel 1980. Il momento simbolico? Il crollo del Muro di Berlino nel 1989. La fine ufficiale? Il golpe contro Gorbaciov nel 1991. Anche la globalizzazione non è finita ieri. Ma ieri è stato il suo momento Gorbaciov. Trump I è stato Danzica, il primo allarme. Ora siamo alla stretta finale: dazi massicci, una dichiarazione di guerra economica su scala mondiale. Gli Stati Uniti hanno alzato la loro tariffa media ponderata al 29%, il livello più alto degli ultimi cento anni, ben oltre i dazi Smoot-Hawley degli anni Trenta.

Wall Street non l'ha presa bene, certo. La morsa della stagflazione colpirà nel breve termine la locomotiva a stelle e strisce in primo luogo, ma è l'intero sistema globale che traballa: quello costruito sull'America come consumatore di ultima istanza dell'eccesso di produzione mondiale (europea e cinese su tutti) e sul dollaro come lubrificante degli scambi commerciali. Un sistema che ha arricchito Wall Street mentre deindustrializzava la Rust Belt, aprendo al sorpasso produttivo e tecnologico da parte di Pechino. E all'affermazione trumpiana.

Trump l'ha giocata facile. Ha stabilito una sorta di regola che prevede di applicare dazi proporzionali al disavanzo commerciale bilaterale di ciascun Paese con gli USA. Ricardianamente parlando, è una fesseria. Ma è proprio l'assenza di equilibrio negli scambi bilaterali che dimostra quanto il libero mercato sia una bufala. In fondo, Trump non ha inventato nulla. Anche Nixon aveva distrutto il vecchio sistema monetario internazionale con il famoso «Nixon Shock» del 1971. Trump ha semplicemente ribaltato il gioco: dalla finanziarizzazione selvaggia e dai deficit commerciali, si torna al mercantilismo spietato.

I dazi più pesanti? Ovviamente sull'Asia. Un vero massacro: Bangladesh 37%, Cambogia 49%, India 26%, Indonesia 32%, Giappone 24%, Corea del Sud 25%, Thailandia 36%, Vietnam 46%. E questi dazi si sommano a quelli già esistenti. La Cina si ritrova a dover affrontare un totale di almeno il 54%, con la minaccia di un altro 25% per l'acquisto di petrolio venezuelano e un ulteriore 25-50% per quello russo. L'impatto sul Pil viene a oggi calcolato tra lo 0,5% e l'1%. L'Europa se la cava con un dazio del 20%, accompagnato da quelli su auto e farmaceutico che per fortuna non si sommano. Ma l'impatto sull'economia sarà pesante: tra lo 0,5% e lo 0,7% sul PIL. Il resto del mondo viene invece trattato con il consueto divide et impera. Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda si beccano un modesto 10%. Un buffetto rispetto alla randellata asiatica. Graziati il Messico e il Canada e sorprendentemente l'America Latina. Ma non per benevolenza: Trump vuole spostare le catene produttive nel continente panamericano, costruendo un nuovo blocco economico anti-Pechino.

Secondo la maggior parte degli osservatori la strategia americana fallirà sotto il peso della stagflazione e dell'impossibilità di ricostituire in breve tempo la catena di fornitura nazionale. Critiche che hanno un senso, a cui vanno aggiunte le perplessità legata all'isolamento che rischia Washington. Isolamento che non sarà totale: prova ne è l'importante aumento della produzione di petrolio annunciato ieri dall'OPEC che spingerà al ribasso il prezzo del petrolio, dando una mano a Trump sul fronte inflazione. Insomma, occorre cautela anche nel tratteggiare scenari eccessivamente squilibrati a vantaggio dell'Europa come ci hanno insegnato i fallimenti delle previsioni sulla Brexit e sull'efficacia delle sanzioni russe.

Con buona pace degli europeisti più accaniti, i risultati a mio avviso arriveranno per Trump. I dazi infatti daranno il via a un'accelerazione del processo di onshoring inaugurato da Biden e che si stanno traducendo in una crescita della costruzione di nuove fabbriche a livello record pari a 575,4 miliardi di dollari. Si apre ora una nuova fase fatta di negoziati. O di ritorsioni. Ma la vera incognita resta l'Asia. Quale sarà la risposta di Pechino? Consentirà al renminbi (CNY) di svalutarsi ulteriormente, trascinando con sé altre valute asiatiche? E se questo dovesse accadere, Washington alzerà ancor di più i dazi? Un'altra ipotesi è che Pechino possa puntare con forza sul consumo interno, ma un simile cambiamento comporterebbe inevitabilmente un aumento dell'inflazione. Terza opzione, reagire inasprendo l'azione di militarizzazione sulle materie prime strategiche in atto oramai già da due anni. Resta da capire quali opzioni abbiano a disposizione economie come Giappone, Corea del Sud, Vietnam, Cambogia, Thailandia e India. Non possono semplicemente aumentare l'export verso la Cina, a meno che Pechino non assuma il ruolo di grande importatore e consumatore. Oppure assisteremo a un progressivo riallineamento di tutti i Paesi, tranne la Cina, verso l'orbita americana?

Per quanto riguarda l'Europa, i rischi di un'escalation sembrano destinati a crescere rapidamente, spostandosi dal terreno commerciale a quello strategico. Se Bruxelles adotterà una posizione conciliante e aumenterà l'import di beni americani, anche attraverso la rivalutazione dell'EURUSD, forse la guerra commerciale rientrerà. Se invece Bruxelles dovesse optare per il muro contro muro verrà considerata nemica da Washington a rischio di torsioni in ambito energetico, militare e finanziario (occhio alle linee swap della Federal Reserve). Insomma, allinearsi a Washington o prepararsi allo scontro.

Ma siamo pronti alla seconda opzione considerata la deindustrializzazione galoppante in corso da anni causata dalle politiche di contrazione dei consumi e dal green deal? Quando si gestiscono grandi e persistenti surplus commerciali si pensa di essere forti e invincibili, ma in realtà si è deboli, dipendenti e vulnerabili a politiche commerciali protezionistiche.

In questa situazione di caos, per il governo italiano si intravvede però un'opportunità. Sul fronte italiano occorre che il governo metta una volta per tutte la testa sulla politica industriale (grande assente di questa legislatura) per aiutare le nostre imprese a sfruttare al meglio il differenziale di dazi tra la Ue e l'Asia. Sul piano europeo, invece anziché inseguire Parigi nell'invocare dazi ritorsivi contro Washington, Giorgia Meloni dovrebbe aprire un giro di negoziazioni con i partner europei per dare il via a un aumento immediato dell'import di beni statunitensi. Trump non intende negoziare. Vuole gesti concreti.

Contestualmente, la proposta italiana dovrebbe mirare all'elaborazione di un nuovo modello economico europeo che sostenga la domanda interna riportando gli scambi in una condizione di equilibrio strutturale. Insomma delle due l'una: o la Ue cambia il modello economico o è destinata a soccombere.

*Fondatore T-Commodity

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