Gli errori di Parigi e l'ira dei popoli del Sahel

Da Hollande fino a Macron, una catena di disastri. La Wagner è pronta all'incasso

Gli errori di Parigi e l'ira dei popoli del Sahel
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Alla fine Giorgia Meloni c'ha visto lungo. Il Piano Mattei, chiamato così in memoria di chi teorizzò la condivisione con i paesi d'origine degli utili di materie prime ed energia, resta la risposta più lungimirante a crisi come quelle del Niger.

Attribuire ogni colpa a una destabilizzazione - orchestrata dalla Russia o dell'onnipresente Wagner - equivale, invece, a nascondere sotto il tappeto le colpe occidentali. Anche perché questa lettura non spiega chi e cosa avrebbe agevolato l'intervento russo. Un intervento negato dal portavoce del Cremlino Dmitri Peskov che ieri invocava il «ripristino dello stato di diritto nel Paese» e prendeva le distanze dal leader della Wagner Yevgeny Prigozhin che plaude, invece, al golpe. Al di là delle dichiarazioni di Mosca, un coinvolgimento russo non assolverebbe una Francia che da oltre un decennio si presenta come la portabandiera dell'intervento occidentale nel Sahel.

Il principale errore francese è quello di aver perseguito un intervento esclusivamente militare. Da quando Francois Hollande avviò, nel 2013, l'Operazione Serval e l'Operazione Barkhane per sottrarre il Sahel al controllo jihadista e stabilizzarlo le operazioni francesi - gestite dall'Eliseo e dai vertici dell'Armée - non sono mai state accompagnate da azioni politiche e diplomatiche capaci di conquistare cuore e mente degli abitanti cancellando la memoria del passato coloniale. Una memoria particolarmente pesante nel Niger rimasto uno dei dieci paesi più poveri del mondo nonostante lo sfruttamento degli ingenti giacimenti di uranio destinati ad alimentare le centrali nucleari francesi.

Il tutto in una regione che considera il caos della Libia la conseguenza dell'intervento francese e l'utilizzo del Cfa, il franco africano legato prima al franco di Parigi e poi all'Euro, come il simbolo di una sudditanza rimasta invariata dal 1945 ad oggi. In questo contesto l'intervento militare presentato dall'Eliseo come l'unico antidoto alla penetrazione jihadista diventa nella lettura delle opposizione locali uno stratagemma per perpetuare l'egemonia francese. Questi sentimenti dopo aver alimentato il golpe del Mali e del Burkina Faso ispirano oggi la rivolta del Niger. Dietro questa triplice «debacle» si nascondono gli insuccessi militari di un Emmanuel Macron costretto a far i conti non solo con l'avanzata jihadista, ma anche con il risentimento generato dagli errori militari responsabili di gravi perdite tra popolazione civile del Niger. In questo clima ha trovato facile spazio la narrazione, sicuramente infondata, ma politicamente efficace, di una Francia impegnata a favorire la crescita dei movimenti islamisti per giustificare la presenza militare. E decisioni come quella dell'aprile del 2022, quando il Parlamento francese votò - senza consultare Niamey - lo spostamento del contingente dal Mali al Niger amplificano l'impressione di una Francia incurante della sovranità delle nazioni del Sahel. Come se non bastasse l'avanzata «al qaidista» - accompagnata dall'arretramento delle forze governative e da spietati raid contro i centri abitati - alimenta il risentimento nei confronti di un'ex-potenza coloniale colpevole di tradire la promessa di difendere gli abitanti della regione.

Ma su Parigi pesa anche l'accusa di aver chiuso gli occhi sulla corruzione e sull'inadeguatezza di leader come Mohamed Bazoum, l'ex presidente del Niger colpevole - secondo i militari responsabili della sua deposizione - di anteporre gli interessi dell'ex-potenza coloniale che l'ha portato al potere a quelli del proprio Paese.

Insomma la situazione di un Niger dove la popolazione inneggia a Putin e maledice Parigi è semplicemente la replica di quanto già visto nel Mali dove l'accertata influenza della Russia e la presenza della Wagner sono innanzitutto la conseguenza degli errori e delle sottovalutazioni francesi.

Errori amplificati - nel caso del Niger - da uno sfruttamento indiscriminato dell'uranio che non ha mai garantito, nonostante il valore e l'importanza della risorsa, il benessere della popolazione e lo sviluppo del paese.

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