I giudici scoprono Lucano: un furbo che si è arricchito

Le motivazioni della sentenza: "Travestito da falso innocente". Lui replica: "Mi infangano"

I giudici scoprono Lucano: un furbo che si è arricchito

«Si infanga ancora la mia immagine, in appello dimostrerò la mia innocenza», ringhia l'ex sindaco di Riace Mimmo Lucano dopo il deposito delle motivazioni della sentenza che lo ha visto, a settembre, condannato a 13 anni e due mesi (quasi il doppio rispetto ai 7 anni richiesti dalla procura) per associazione per delinquere, peculato, truffa aggravata, falso e abuso d'ufficio. Ma più che infangarlo, le motivazioni firmate dal presidente del tribunale di Locri Fulvio Accurso ne ribaltano l'immagine, definendolo un «furbo» travestito da «falso innocente». E trasformando il «modello Riace» dell'accoglienza da «encomiabile progetto inclusivo dei migranti» a «trampolino di lancio per la sua visibilità politica» e «forma sicura di suo arricchimento personale, su cui egli sapeva di poter contare a fine carriera». Più che fango, un colpo di cannone all'immagine del sindaco-eroe di Riace, a cui il regista Wim Wenders ha dedicato un cortometraggio e la Rai una fiction - mai andata in onda - sulla quale ironizza Maurizio Gasparri commentando la parabola di un «caso emblematico dell'ipocrisia della sinistra italiana».

Nelle motivazioni, Accurso smonta la difesa principe dell'ex primo cittadino, rimarcando come «nulla importa che l'ex sindaco di Riace sia stato trovato senza un euro in tasca», perché, appunto, «ove ci si fermasse a valutare questa condizione di mera apparenza», mette nero su bianco il magistrato, «si rischierebbe di premiare la sua furbizia, travestita da falsa innocenza». A guidarlo, per il giudice, non è stata la «salvaguardia» dei migranti, ma «ragioni di puro profitto», «meccanismi illeciti e perversi, fondati sulla cupidigia e sull'avidità». L'ex sindaco è indicato come «dominus indiscusso» del «sodalizio», una organizzazione «tutt'altro che rudimentale», e accusato di aver «strumentalizzato il sistema dell'accoglienza a beneficio della sua immagine politica». Era lui, per il giudice, a dettare le regole dell'organizzazione «a cui tutti si assoggettavano», era lui al centro del sistema. Era lui, insiste Accurso, a consentire «ai partecipi da lui prescelti di entrare nel cerchio rassicurante della sua protezione associativa, per poter conseguire illeciti profitti, attraverso i sofisticati meccanismi, collaudati negli anni e che ciascuno eseguiva fornendogli in cambio sostegno elettorale». Ed era sempre lui a esercitare il suo potere politico nel «sistema» da lui stesso creato in una «forma padronale ed esclusiva, tanto da indurre tutti al silenzio».

Il giudice snocciola anche gli investimenti che l'ex sindaco avrebbe fatto grazie ai soldi in più incassati per i progetti di accoglienza per i migranti, citando «l'acquisto di un frantoio» e di numerosi «immobili da destinare ad alberghi», e ribadendo che fossero appunto destinati a garantirgli, una volta terminata la carriera politica, «una tranquillità economica che riteneva gli spettasse, sentendosi ormai stanco per quanto già realizzato in quello specifico settore, per come dallo stesso rivelato nel corso delle ambientali che sono state esaminate».

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