L'azzardo di Prigozhin allo scontro da solo Il "macellaio" di Putin che sogna il comando senza l'ombra dello Zar

L'attacco deciso contro il parere degli alleati Suroviykin e Alekseev, del leader ceceno Kadyrov, del patriarca Kirill e dell'oligarca Malofeev. I suoi 25mila uomini insufficienti a "tenere" il Paese, ma il capo di Wagner si è illuso di essere più potente.

L'azzardo di Prigozhin allo scontro da solo Il "macellaio" di Putin che sogna il comando senza l'ombra dello Zar
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Probabilmente non lo ricorderemo come il nuovo Giulio Cesare. Ma il Rubicone che si è ritrovato ad attraversare non è stato molto diverso. Cesare doveva scegliere se varcarlo da solo - rischiando la morte per mano del Senato - o se portarsi dietro le proprie legioni e regolare i conti con Gneo Pompeo.

Sul capo di Evgenij Prigozhin pendeva, invece, un ordine esecutivo che gli imponeva di sottomettere milizie e armamenti al controllo del ministro della Difesa Sergei Shoigu e del capo di stato Maggiore Valery Gerasimov. Ma a differenza di Cesare il capo della Wagner ha tirato i dadi senza verificare la fedeltà e la disponibilità dei propri alleati.

E così alla fine, ha dovuto rinunciare alla sua marcia su Mosca e accettare una resa mediata del presidente Aleksander Lukashenko. Del resto già 24 ore prima Sergey Suroviykin, l'ex comandante delle forze russe in Ucraina, assai vicino alla Wagner, gli aveva chiesto di «non giocare con il nemico». E il generale Vladimir Alekseev, ex-numero due del Gru - l'intelligence militare russa da cui arrivano tanti comandanti di Wagner - gli aveva ricordato che «solo il presidente è il presidente». Ma Prigozhin aveva scelto di fare tutto il contrario. E così, dopo quella di Vladimir Putin, s'era incassato la condanna del Patriarca ortodosso Kirill, del leader ceceno Ramzan Kadirov, dell'oligarca neo-zarista Konstantin Maloveev e di altre personalità simbolo di quel partito della guerra che, solo poche ore prima, lo venerava come un'icona. Messa davanti alla sfida di un capo- mercenario la «nomenklatura» ha scelto, insomma, la sicurezza del potere consolidato.

E così Prigozhin si è ritrovato solo. Solo come quando, appena 18enne, finì in galera per i ripetuti furti nelle residenze della nomenklatura sovietica di Pietroburgo. Solo come quando si ricostruì una vita vendendo hot-dog e aprendo, in pochi anni, i più famosi ristornati di Pietroburgo. Ristoranti in cui oltre a Vladimir Putin accolse il presidente francese Jacques Chirac e quello americano George W Bush. Fino a gestire - oltre a quella del Cremlino - le mense più prestigiose di tutta la Russia. Fino a diventare l'uomo del mistero accusato dall'Fbi di gestire legioni di «troll» responsabili della cyber-guerra agli Usa. Fino a costruire, grazie alle armi, i comandanti e gli uomini del Gru la famosa Wagner. Modellata sull'esempio di quelle americane la «compagnia militare privata» di Prigozhin rispondeva a due esigenze care a Vladimir Putin. La prima era sopperire alle carenze di un esercito minato dalla corruzione, dall'inefficienza e dalla mediocrità di molti comandanti. La seconda era celare all'opinione pubblica il costo della guerra in termini di vite umane.

Da questo punto di vista l'operato di Prigozhin è stato ineccepibile. La Wagner ha combattuto le battaglie più importanti della guerra in Siria e di Libia lasciando sul terreno centinaia di uomini. E in Ucraina, dove l'esercito russo rimediava solo batoste, ha messo il proprio sigillo sulle vittorie di Popashne, Severo Donetsk, Lisychansk, Soledar e, infine, Bakhmut. Ma proprio questo gioco perverso ha forse compromesso la lucidità di un Prigozhin dimentico di essere solo uno strumento.

Confuso dalle vittorie, ma anche dal sinistro spettacolo quotidiano di guerra e morte, si è illuso d'esser più potente di chi lo manovrava. E così nel sinistro tritacarne di Bakhmut ha perso di vista il gioco delle parti patteggiato con Vladimir Putin e i vertici della Difesa. Un gioco che in cambio di cospicui proventi di guerra gli imponeva di restare nell'ombra e regalare al Cremlino il merito delle vittorie che l'apparato militare non era in grado di conseguire. Un gioco perverso in cui il peso delle sconfitte grava su Shoighu e Gerasimov imprigionandoli in un limbo e impedendo loro qualsiasi decisione autonoma.

Ma nell'impasto di sangue e morte di Bakhmut Prigozhin ha definitivamente smarrito trame e ruoli. Abbandonata l'ombra in cui aveva sempre lavorato si è trasformato in protagonista mediatico e politico. Fino all'illusione che ha alimentato l'ultima marcia.

Una marcia condotta con un esercito di 25mila uomini temprato dalle peggiori battaglie, ma decisamente insufficiente a conquistare una Russia vasta quanto Cina e Stati Uniti messi assieme. E - al tempo stesso - troppo numeroso e costoso per un capo mercenario ormai privo di un committente disposto a foraggiare la più spregiudicata e temeraria delle sue imprese.

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