Meloni alla sfida globale. Dalla pace in Ucraina (con Draghi mediatore) ai nodi Ue e atlantismo

La politica estera sarà cruciale per il nuovo governo. L'ipotesi che l'ex premier lavori al negoziato tra Mosca e Kiev. Le relazioni con Bruxelles e Washington. E il dossier Libia

Meloni alla sfida globale. Dalla pace in Ucraina (con Draghi mediatore) ai nodi Ue e atlantismo

Le sfide che attendono Giorgia, in un mondo nel caos, fanno tremare i polsi. Meloni è perfettamente consapevole della spaventosa congiuntura internazionale, che graverà come una spada di Damocle sul governo. Dopo la pandemia e la guerra nel cuore dell'Europa manca solo l'invasione dei marziani. La probabile premier ha un'idea chiara della politica estera e si farà guidare da un unico faro, l'interesse nazionale, come i grandi paesi, ma spesso dimenticato in Italia come nello scellerato intervento in Libia.

La prima sfida è una «mission» quasi «impossible»: fermare la guerra in Ucraina grazie ad una forte mediazione a nome dell'Europa con la E maiuscola. In campagna elettorale si è parlato solo degli effetti «collaterali» su bollette ed economia, ma Meloni è consapevole che il problema va affrontato a monte prendendo il toro per le corna. Lo stesso presidente del Consiglio uscente, Mario Draghi, sarebbe un ottimo mediatore. Zelensky non può dirgli di no e Putin non può permettersi di sbattergli la porta in faccia. L'Europa, poi, l'ha sempre portato in palmo di mano e la sua famosa frase «ad ogni costo» (whatever it takes), in difesa dell'euro, vale ancora di più per riportare la pace ed evitare il continuo bagno di sangue con tanto di spauracchio nucleare.

Tanti sperano di utilizzare l'Unione europea, e le sue contraddizioni, come un grimaldello per scardinare il nuovo governo. L'improvvida uscita della presidente della Commissione, Ursula Von der Leyen, sugli strumenti per rimettere in riga un'Italia a destra è stata sostituita, dopo il voto, da sviolinate di auspicata collaborazione. Le punzecchiature infondate sull'aborto della premier francese sono state surclassate dalle parole del presidente, Emmanuel Macron, di rispetto della «scelta democratica» dei cittadini italiani. Non solo: l'Eliseo vorrebbe strappare il primo viaggio all'estero del prossimo premier. Meloni, però, dovrebbe andare a Londra da Liz Truss, che con i Tories, anche dopo la Brexit, fa parte della famiglia dei Conservatori europei presieduti dalla leader di Fratelli d'Italia. E probabilmente coglierà l'occasione per presentarsi alla City assicurando i mercati che non è Mussolini in gonnella. A Bruxelles non si tratta di schierarsi con Polonia e Ungheria per terremotare la Ue, ma di far capire che su alcuni temi, a cominciare dagli sbarchi dei migranti, «la pacchia è finita».

L'atlantismo, per chi si è storicamente battuto contro il muro di Berlino, resta fuori discussione, ma non significa essere proni alla Zio Sam rispondendo sempre signorsì. Meloni aspetterà le elezioni di midterm negli Usa per capire se il presidente Joe Biden, oltre ai problemi senili, diventerà un'anatra zoppa. Ovviamente starà bene attenta a non farsi ammaliare dalle sirene del Cremlino, che dopo il voto italiano ha dato «il benvenuto a tutte le forze politiche» che mostrino «un atteggiamento costruttivo» nei confronti della Russia. La Cina ha già capito che non avrà più la strada spianata come ai tempi del primo governo cinque stelle. Difficilmente verrà rinnovato il protocollo sulla Via della seta se Meloni sarà a Palazzo Chigi. Non a caso Pechino ha già messo le mani avanti, dopo aver letto un'intervista della vincitrice delle elezioni ad un giornale di Taiwan, sul «pieno riconoscimento» del principio di unica Cina, che non lascia scampo all'isola ribelle e libera.

Meloni dovrà mettere mano anche ai buchi neri dello stesso Draghi. Primo fra tutti la Libia, madre di tutti i mali alle porte di casa, dove ci siamo tirati indietro lasciando spazio ai turchi. La linea guida sarà sempre l'interesse nazionale e per questo è cruciale il cambio di passo alla Farnesina con la nomina di un ministro che sia padrone della geopolitica. Il primo palcoscenico internazionale, se Meloni diventasse premier, dovrebbe essere il G 20 di metà novembre in Indonesia.

Ancora più che donna è importante che parli inglese, francese e spagnolo in maniera fluente. Spesso in questo mondo nel caos, fra guerre e pandemie, un dialogo diretto con gli altri leader che contano vale più di tanti spauracchi sull'Italia a destra.

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