Nell'inferno di Jenin. Polveriera Cisgiordania tra armi, raid e martiri

Le incursioni dell'esercito israeliano tra le milizie di terroristi che ormai dettano legge

Nell'inferno di Jenin. Polveriera Cisgiordania tra armi, raid e martiri
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Jenin - “Martiri, martiri, questa è la via. Voi siete caduti, ma noi continueremo la lotta” urla la folla avanzando fra le strade strette e devastate dai bulldozer israeliani del campo di Jenin. La piccola Gaza della Cisgiordania sta esplodendo con raid dei militari e scontri quasi quotidiani. I tre corpi devastati dall’ultima battaglia notturna sono stati ricomposti e avvolti nelle bandiere dei gruppi armati. Due nere della Jihad islamica e una verde di Hamas. Il volto reso cereo dalla morte e la fronte avvolta dalla bandana con le scritte del Corano devono essere visti da tutti.

Al funerale sfilano oltre mille giovani del campo, diventato quartiere fatiscente, che ospita 35mila palestinesi. Una mina innescata dove Hamas e la Jihad islamica sono sempre più forti e pronti a dare battaglia. Al corteo funebre diversi giovani imbracciano le armi, soprattutto moderni fucili mitragliatori Ar-15 americani. Pochi nascondono il volto con il mefisto. E in mezzo allo scandire degli slogan sparano raffiche per aria. “Takbeer” è l’invocazione lanciata per invitare la gente a gridare “Allah o akbar”, Dio è grande. Per la folla, che si ingrossa, i palestinesi uccisi armi in pugno sono “martiri”, “shaeed” destinati al Paradiso. Le forze armate israeliane, che vengono a darli la caccia, li considerano terroristi.

Durante la notte penetrano in città lunghe colonne di mezzi israeliani carichi di soldati. Davanti c’è un bulldozer che demolisce i monumenti dedicati ai “martiri” palestinesi della guerra santa. Hamas e la Jihad islamica, ma anche altre fazioni, danno del filo da torcere piazzando trappole esplosive e lanciando razzi anticarro Rpg. Nella notte fra giovedì e venerdì i soldati hanno circondato l’ospedale Ibn Sina intimando con gli altoparlanti di sgomberare l’edificio. Il personale sanitario è uscito con le mani in alto. Gli israeliani cercavano qualche sospetto ferito nei giorni precedenti. Ben presto il raid si è trasformato in battaglia senza quartiere, che ha lasciato sul terreno tre combattenti palestinesi. La mattina dopo i punti più caldi degli scontri sono disseminati di macerie. Nella piazzetta della moschea la scuola dell’Unwra, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, è bucherellata dai proiettili come un groviera.

La folla del funerale ondeggia con gli amici più cari, che portano a spalla le barelle con i corpi. Un giovane palestinese con barbetta curata e capelli a spazzola sorregge uno dei militanti uccisi della Jihad islamica. Indossa il giubbotto porta caricatori e imbraccia un fucile mitragliatore, come se fosse assolutamente normale. “Gerusalemme è la capitale della Palestina. Viviamo nella tristezza e nella miseria. I nostri figli finiscono in prigione e ogni giorno ci attaccano. Io ho solo pietre da tirare ai sodati” urla un’anziana con un velo bianco che le copre la testa e lascia libero solo il volto.

L’impressione è che il campo di Jenin, roccaforte di Hamas, sia non solo una polveriera, ma un arsenale con armi nascoste dappertutto. L’anziana che si presenta come Abu Qutna sbotta contro il criticato presidente dell’Autorità nazionale palestinese: “Abu Mazen dov’è quando arrivano gli israeliani. Cosa sta facendo per noi? I suoi uomini non si vedono”. A Jenin c’è una possente base con granitiche torrette della sicurezza palestinese, “ma si chiudono dentro quando arrivano gli israeliani” racconta chi ci accompagna nella roccaforte di Hamas.
Sopra le nostre teste vola con l’inconfondibile ronzio rumoroso un drone israeliano. Le strade del campo sono mezze distrutte dai bulldozer militari e non mancano cavalli di frisia per fermare i blindati israeliani.

Dall’attacco stragista di Hamas del 7 ottobre sono morti in Cisgiordania 204 palestinesi. Gli ultimi 7 a Jenin ed Hebron negli scontri notturni. Ogni venerdì dopo la preghiera scatta la rabbia, ma oramai gli scontri sono quotidiani. L’intelligence teme che la Cisgiordania possa esplodere aprendo un secondo fronte interno dopo Gaza.

Nel camposanto islamico un giovane barbuto piange e si spalma sul volto la mano intrisa di sangue di uno dei caduti. Poche ore prima una madre dilaniata dal dolore era accovacciata sulla tomba del figlio Omar Abu Akel, 22 anni, morto in battaglia il 9 novembre.

Nella foto la faccia da sbarbatello stona con l’uniforme da miliziano armato fino ai denti. “Era ricercato da due anni - racconta Feida - Avevo cercato di convincerlo a vivere, ma voleva combattere e immolarsi per la Palestina. Per lui si trattava di terra libera o morte”.

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