Perché Draghi è tornato a bacchettare la politica Ue

La lezione dimenticata del "whatever it takes" e il richiamo a Bruxelles contro l'ossessione del patto di stabilità

Perché Draghi è tornato a bacchettare la politica Ue
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Si dice che la storia si ripete, nel bene e nel male. Purtroppo in Italia e in Europa avviene troppo spesso. C'è un'inclinazione a reiterare gli errori del passato quasi patologica. Poco più di dieci anni fa, di fronte ad una delle più drammatiche crisi economico-finanziarie, gli Stati Uniti e il vecchio Continente seguirono due strategie diverse: Barack Obama puntò sullo sviluppo, immettendo liquidità nel mercato, tentando di difendere la tenuta del sistema Usa; l'Europa soggiogata dalla filosofia della Germania e dei suoi Paesi satelliti nella prima fase immolò la Ue sull'altare del rigore.

Risultato: gli Stati Uniti uscirono prima dalla crisi, l'Europa invece ne pagò di più le conseguenze. Furono sacrificati due capri espiatori: la Grecia del tutto, l'Italia in parte. Silvio Berlusconi si battè per una politica economica diversa, più simile a quella degli Usa, ma fu liquidato dai sorrisini della Merkel e di Sarkò e dal cinismo della sinistra italiana che per liberarsi del Cav si accodò alle logiche rigoriste di Berlino con uno slogan a dir poco banale: «Ce lo chiede l'Europa». Fulgido esempio di masochismo. La vicenda prese un'altra piega quando Mario Draghi dalla tolda di comando della Bce, virò e spinse la Banca Centrale a comprare i titoli di Stato per bloccare la speculazione, coniando il motto whatever it takes.

Sono passati dieci anni e ci risiamo. La congiuntura economica è tornata ad essere complicata per tutti i Paesi europei. Anche la Germania è alle prese con una mezza recessione. Eppure nel dibattito sulla riforma del patto di stabilità i ragionamenti dei cosiddetti Paesi frugali sono gli stessi di allora. Come se non avessero imparato la lezione, come se il Covid o la guerra in Ucraina non avessero insegnato nulla a Berlino. E naturalmente la sinistra italiana per mettere il bastone tra le ruote dieci anni dopo ad un altro premier di centrodestra, si accoda. Dimenticando che fa male al Paese, non alla Meloni. È l'unica logica - se c'è logica - di certe uscite di Paolo Gentiloni, Commissario Ue italiano per l'Economia, che fanno l'occhiolino alle tesi rigoriste.

C'è voluto di nuovo Draghi per rintrodurre elementi di razionalità nel dibattito europeo spiegando che non si può tornare indietro dopo l'esperienza di questi anni. Tantomeno non si può introdurre una riforma del Patto che sa tanto di pannicello caldo: «Le regole attuali - sono sue parole - portano a politiche troppo lasche nei periodi di boom e troppo rigide nei periodi di crisi». E anche in questo caso l'ex-premier riprende, come dieci anni fa con Obama, lo schema che Biden sta attuando negli Usa aumentando le spese federali: l'idea è di trasferire più poteri di spesa al centro, cioè a Bruxelles, destinandogli più risorse fiscali che dovrebbero essere utilizzate per gli obiettivi comuni dell'Unione. Obiettivi come la transizione verde oppure le spese di difesa, cioè capitoli che gli Stati non possono sobbarcarsi da soli anche perché si corre il rischio di una dispersione delle risorse. Alla politica fiscale di ogni singolo paese, invece, rimarrebbe il compito di ridurre il debito e di creare risorse per i periodi difficili. Naturalmente tutto questo richiederebbe il trasferimento di pezzi di sovranità all'Unione, forme rappresentanza diverse che consentano un maggior potere decisionale. Ora si può essere d'accordo o meno, ma è una proposta che ha un orizzonte nuovo. Non ispirata alla destra, o alla sinistra ma al buonsenso. Non è filo-italiana, semmai è filo-europea e ormai nessun populismo vuole uscire dall'Europa. Ma soprattutto è un modo per evitare di tornare indietro, di assecondare i ricorsi della Storia.

Questa digressione indirettamente pone però il problema della qualità della classe dirigente europea. Giocata più sulla nazionalità, che non sulla capacità. Lasciamo da parte la Lagarde e la sua politica forsennata di rialzo dei tassi che non ha sconfitto l'inflazione, ma ha messo in ginocchio il sistema produttivo di molti Paesi. Parliamo di Gentiloni per cui provo simpatia: l'aver fatto il portavoce di Rutelli al comune di Roma, essere stato inventato ministro degli Esteri e poi Premier da Matteo Renzi, non ti dà il know-how necessario per guidare la politica economica europea. E nella tua debolezza ti riduci a seguire i più forti. Tutto questo per dire che mentre il potere dell'Europa cresce, non cambia il vecchio andazzo di utilizzare le istituzioni europee come parcheggio per i trombati. Una filosofia che poteva andar bene dieci anni fa, ma non più ora.

Adesso non bisognerebbe neppure badare alla nazionalità ma scegliere le personalità più autorevoli e più capaci. Uno come Draghi, ad esempio, avrebbe più senso alla presidenza della Commissione Ue che non al Quirinale. Anche perché le scelte sbagliate le paghiamo tutti. Pure in Europa.

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